Uli Edel: “Christiane F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” (1981) – di Dario Lopez

Ogni tempo porta con sé le sue gioie e le sue disgrazie, chi come me è nato verso la metà dei 70 ha probabilmente avuto la fortuna di arrivare in ritardo, o comunque in età davvero troppo tenera, per vivere sulla pelle quella grande tragedia che fu la massima diffusione dell’eroina tra la seconda metà dei 70 e gli 80 del secolo scorso. Ciò nonostante non era raro o inusuale – anzi – vedere qualcuno dei ragazzi più grandi spegnersi a poco a poco e d’improvviso, un giorno, scomparire. Le storie si sentivano, le vittime si conoscevano, era tutto reale… le siringhe erano a terra, ovunque, anche a scuola, spesso rimanevano infilate nelle braccia di ragazzi ancora troppo giovani. È nei primi anni di esplosione di questa piaga, a Berlino, una delle città più colpite dal fenomeno, che è ambientata la trasposizione del libro omonimo, scritto dai giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck sulla base delle testimonianze della protagonista Christiane Vera Felscherinow, che ispira il film “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” (Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo). Il regista Uli Edel, tornato alla ribalta nel decennio scorso grazie agli ottimi esiti del film “La banda Baader Meinhof”, asciuga di parecchio il testo, eliminando dal film le riflessioni sulla società dell’epoca e mettendo poco sotto i riflettori le ragioni che stanno dietro le scelte di questi ragazzi che, più o meno consapevolmente, decidono di imbarcarsi in un viaggio che facilmente sarà senza ritorno. Si concentra invece sugli episodi, sul rapporto dei protagonisti tra di loro e con le droghe. Sono poco presenti anche le famiglie e le figure di riferimento di questi ragazzi che in alcuni casi c’erano ed erano ben presenti. Queste scelte di regia scatenarono all’epoca d’uscita del film alcune critiche anche dure, non tanto per il rapporto del film con la sua fonte d’origine, quanto per la mitizzazione di alcune figure, per la critica dell’epoca fin troppo accattivanti, e per il relativo rischio che queste proiettassero sui giovani spettatori più uno spirito e un desiderio d’emulazione che non un forte senso di repulsione e orrore per le vicende narrate. Senza voler qui fare un paragone troppo approfondito con un’opera letteraria persa ormai nel ricordo d’una lettura avvenuta più d’un decennio fa, questo tipo di critica al film di Edel mi sembra ingiusta; volendo interpretare però anche la parte dell’avvocato del diavolo c’è da dire che anche queste, le critiche, andrebbero valutate all’interno di un contesto storico nel quale potevano sembrare certamente più fondate, proprio a causa della dimensione tragica che stava assumendo un fenomeno che indubbiamente generava molta paura e preoccupazione per le giovani generazioni. Mi sembra però che “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, almeno oggi che siamo meno immersi nel problema, vada a segno in quelli che erano i suoi intenti, per quanto si possa trovare qualche punto d’empatia con i protagonisti… e questo accade. Sono chiarissimi tutti i rischi e il degrado, fisico, morale e sociale, alle quali una forte dipendenza può portare, così come è chiara la quasi inevitabile fine alla quale chi intraprende questa strada è destinato. Così come il libro, magari in misura minore, questo film è un bel documento di un’epoca storica ben precisa, di un fenomeno che non è mai stato debellato definitivamente e, quindi, da non dimenticare. A fissare nel tempo la vicenda, anche se con qualche contraddizione e in maniera non precisissima, c’è la musica di David Bowie che in quegli anni si trasferisce a Berlino, spinto anche dal desiderio di allontanarsi da una sua dipendenza dalla cocaina, dove creerà la celebre trilogia berlinese dalla quale diversi pezzi finiranno poi nel film di Edel. L’artista compare all’interno del film nei panni di sé stesso durante un concerto alla Deutschlandhalle (allora teatro di grandi concerti a ripetizione) al quale Christiane (Natja Brunckhorst) e alcuni amici assisteranno. La presenza di Bowie e delle sue musiche contribuiranno in buona parte al successo del film. La storia è quella di Christiane, quattordicenne che sta affrontando la separazione dei genitori e la conseguente decisione della sorella più piccola di lasciare casa per andare a vivere con il padre. Questa situazione spinge la ragazza verso la sua amica Kessi (Daniela Jaeger) insieme alla quale inizierà a frequentare le mitiche nottate del Sound, discoteca sotterranea nella quale gira qualsiasi tipo di droga. Vivendo le notti di una Berlino quanto mai ottundente, Christiane lega con Detlef (Thomas Haustein) e il suo gruppo di amici. L’escalation dell’uso dei primi acidi a quello delle droghe pesanti sarà graduale ma rapida e porterà la protagonista a vivere lo squallore delle notti tossiche berlinesi (vissute molto nei meandri della metropolitana), l’esperienza dell’astinenza e quella della prostituzione. La messa in scena di Edel, oltre a restituire alcuni sguardi interessanti sulla città, assesta anche diversi colpi bassi, soprattutto se pensiamo al film in un’ottica educativa, con la possibilità magari di proiettarlo in qualche scuola a scopo didattico. Il film, che in quest’ottica sicuramente sarebbe interessante per contenuti, presenta qualche sequenza potenzialmente disturbante per gli animi più sensibili (e per i tanti allergici agli aghi). Una su tutte la scena della disintossicazione con rigetto finale. Quello che viene meglio rappresentato è la discesa nello squallore e nella debolezza fisica ma, soprattutto, mentale, che impedisce ai tanti ragazzi protagonisti del film di uscire da una tossicodipendenza che ormai li ha segnati in maniera ineluttabile. Al netto di critiche ormai datate, la buona fede del regista sembra evidente lungo il percorso di un film che ha tutte le potenzialità per far aprire gli occhi ai più giovani su una piaga e su un periodo che rischiamo di iniziare a dimenticare.

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