Uberto Pasolini: “Still Life” (2013) – di Maurizio Fierro

“Che lavoro strano fa lei, tutte quelle vite…” / “Io amo il mio lavoro”. Sì, John May ama il suo lavoro. Forse vive per il suo lavoro: ne ha cura. Presentato alla 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia del 2013, dove ha vinto il premio per la miglior regia nella sezione Orizzonti, “Still Life”, di Uberto Pasolini (nipote di Luchino Visconti, qui al suo secondo lavoro da regista dopo “Machan: la vera storia di una falsa squadra” del 2007), racconta la storia marginale di un oscuro impiegato municipale di Londra (interpretato magistralmente dal caratterista Eddie Marsan), alle prese con un lavoro molto particolare. Nel suo piccolo ufficio, John May rintraccia i parenti di persone decedute in totale solitudine e, se la ricerca non dà frutti, accompagna personalmente gli scomparsi nel loro ultimo viaggio, sovraintendendo e assistendo alle esequie nel rispetto del loro credo religioso, magari scrivendo di persona sentiti discorsi funebri che il prete pronuncerà e che nessuno ascolterà all’infuori di lui. Prima, ha visitato gli appartamenti delle persone scomparse e, indossando tuta e guanti come uno specialista della polizia scientifica, ha setacciato il luogo con l’attenzione e lo scrupolo di un “entomologo dello spirito”, raccogliendo oggetti di poco valore, soprattutto fotografie, che poi inserisce in un personale album della memoria che conserva in casa. Finché un giorno, dopo 22 anni di apprezzato servizio, il suo capo, Mr. Pratchett, gli comunica che la sua sezione verrà incorporata e il comune dovrà fare a meno di lui. Troppo lento e costoso il suo lavoro, specie per chi preferisce i funerali alle cremazioni. C’è però un’ultima “pratica” da portare a termine, quella relativa a un suo dirimpettaio, Billy Stoke, trovato morto nel suo appartamento… un decesso che risale a qualche settimana prima. Per onorare al meglio l’ultimo impegno, John May chiede e ottiene qualche giorno di lavoro supplementare e, la seconda parte della pellicola è tutta dedicata alla ricerca di coloro che hanno conosciuto Stoke, che scopriamo essere un addetto alle cucine rissoso e alcolizzato, reduce dalla guerra delle Falkland, che è sempre fuggito dalle sue responsabilità abbandonando la moglie e la figlia in tenera età. Minuziosamente, May ricostruisce la trama relazionale e l’ordito affettivo della vita di Billy Stoke, riuscendo a riannodare l’insieme dei fili che hanno formato il tessuto di un’esistenza dimenticata: un vecchio amico paracadutista, una ex compagna abbandonata, due vecchi sodali ad alta gradazione alcolica e, soprattutto, una figlia ferita, Kelly… una ragazza dolce che sembra aprire nel cuore dello stesso John May un varco di luce. Un ultimo incarico, quindi, per fare con ancora più cura e attenzione quello che ha sempre fatto… quasi che quell’ultimo compito corrisponda al suo ultimo giorno sulla terra. “Still Life” è un film sulla solitudine. Il protagonista è un uomo solitario, un tipo abitudinario dalla ritualità gestuale controllata. Una vita grigia, la sua, come i colori a pastello, tenui, da natura morta… (“Still Life”, appunto), utilizzati dalla fotografia di Stefano Falivene, colori quasi mortificati che ci accompagnano per tutta la durata della pellicola, con in sottofondo la delicata colonna sonora curata di Rachel Portman, compagna del regista. La telecamera di Uberto Pasolini ci conduce attraverso luoghi isolati, che sono un po’ luoghi dell’anima. Luoghi dimenticati. Come il protagonista… un dimenticato che assiste i dimenticati, e la sua esistenza marginale si riflette in quelle di coloro che accompagna sulla sponda opposta del fiume della vita. Sono loro, i suoi unici amici e, in tal senso, il recupero delle fotografie simboleggia la sua personale “recherche”, una raccolta di frammenti di vita altrui di cui avere cura. Se la sua è una vita schiva, silenziosa, condotta per sottrazione, il suo stile emotivo e mentale, al contrario, aggiunge e si traduce in una soglia di attenzione più acuta e in una più intensa coscienza di esistere. Gli occhi di John May sono dolci, amorevoli… e la grazia riflessa nel suo sguardo recupera la grazia del mondo. Per certi versi sembra quasi di vedere incarnato nel solerte funzionario municipale il melanconico e solitario copista Bartleby, il personaggio melvilliano impiegato nell’Ufficio delle lettere smarrite, a Washington, anche lui improvvisamente licenziato per un cambiamento di amministrazione. “Lettere smarrite… lettere morte… non vi fanno pensare a uomini morti?” ci suggerisce Herman Melville. “Talvolta dalle pieghe del foglio il pallido impiegato estrae un anello, e il dito cui era destinato imputridisce in una tomba”, aggiunge. Come Bartleby, John May rappresenta un simbolo dell’intera umanità, un nostro fratello, sperduto in quella sorta di limbo che è il mondo e, se come diceva Goethe “la grandezza nasce dall’isolamento”, il nostro piccolo grande impiegato è una sorta di eroe dell’umanità, perché poi non c’è niente di più umano che essere alle prese col problema della morte, lacerato fra la forza di gravità del qui, e la leggerezza incorporea dell’altrove. “I morti sono morti, non ci sono, se ne fregano”, dice a un certo punto Mr. Pratchett rivolgendosi a John May. Sarà così? Nel rispondere a questa domanda, nell’ultima scena il regista abbandona il realismo della narrazione mettendo in scena un’invenzione simbolica che fa di “Still Life” un film metafisico, in cui riecheggia il vuoto lasciato dal metafisico stesso in un mondo secolare, con una particolare eco di natura religiosa, perché accompagnandoli sulla sponda opposta del fiume della vita, John May incarna quello spirito di benevolenza che simboleggia la “Grazia Illuminante” della dottrina cattolica. “Still Life” è un film che fa riflettere. Pasolini ci regala uno sguardo sulla vita che non contempla l’attuale cacofonia mediatica e dei social, dove al posto di chat, status, tweet, like ci sono silenzi e parole accorte… una vita, come dire, off line, dove l’unica geolocalizzazione che conta è quella sulla propria umanità che reclama il suo spazio nel copione dell’esistenza. Perché poi, sembra suggerirci il regista, tutto succede sempre prima di quanto pensiamo, in un futuro anteriore che ci precede sempre e, alla fine, rimaniamo sempre noi e loro: i morti e i provvisoriamente vivi.

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