Tyler Childers: “Country Squire” (2019) – di Trex Willer

Squadra che vince non si cambia diceva un vecchio adagio e Tyler Childers, giovane stella del country americano, l’ha seguito alla lettera per quanto riguarda produzione e studio di registrazione di “Country Squire” (Hickman Holler Records 2019), secondo disco “adulto” della sua breve ma intensa carriera: Sturgill Simpson e David Ferguson in regia al Butcher Shoppe di Nashville. Se il musicista del Kentucky (uno stato ormai riferimento assoluto della musica cantautorale americana), nel precedente “Purgatory” (2017) aveva stupito per l’ amore riservato a un country che pare ormai di un’altra epoca, in questo nuovo lavoro conferma e rilancia. Un’incisione vera, fatta di liriche che parlano dell’acre di odore chimico di cartiere che penetra dalle finestre, del suonare per dare un futuro a lui e alla moglie: musica che oscilla sempre fra il country e quel suono honky tonk con violini e sapore di whiskey.
Già dalla title track Country Squire è chiaro che il suono è rétro, ma è questo che ci fa amare  musicisti come lui e il suo amico-fan Colter Wall, altro enfant prodige del genere. Gli assoli di steel guitar, il violino, il pianoforte e un feeling così fortemente legato alla  terra dove tanti countrymen hanno mosso i primi passi. Il violino sfuma ed inizia la seconda, Bus Route, una semi ballata con la voce in primo piano dal sapore western che ha nel testo la sua forza: agrodolci ricordi di adolescente, litigi con i compagni di classe sono probabilmente il motivo per cui i suoi fans sono aumentati a dismisura: il sapore di vita reale che traspare qui e nelle esibizioni live. Ed è per questo che, dopo aver iniziato ad aprire concerti di leggende come John Prine, Ferguson (che ha lavorato tra gli altri con Johnny Cash) e Simpson non hanno potuto ignorare questo talento cristallino, arrivando a creare per lui il sound pulito ed immediato dei due suoi splendidi dischi. In Ever Lovin’ Hand, Tyler è coraggioso e irriverente, arrivando a parlare in modo originale e personale della masturbazione, sorretto da una canzone dall’andamento oscillante, ancora con violini tipicamente honky tonk, senza tuttavia dar mai la sensazione del “già sentito”, aggiungendovi un tocco di blues da saloon che la rendono originale e unica: anche in questo caso è da incorniciare la prestazione del meraviglioso violino di Stuart Duncan. Non mancano ovviamente le tematiche tanto care agli outlaw countrymen: arrivare alla fine del mese mentre si cerca di non pensare ai problemi, suonando e svagandosi, come nella malinconica Matthew, brano conclusivo, bellissimo ed evocativo con un inizio sognante di violini che incornicia perfettamente il disco. Un lavoro che conferma il talento e la personalità di un artista che ormai ha spiccato il volo, non discostandosi in nessun modo dai lidi su cui era approdato nel precedente lavoro del 2017: una scelta coraggiosa non comune. Noi lo aspettiamo sin da ora sulla spiaggia di quel lido per il prossimo disco.

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