Trevor Pinch e Frank Trocco: “Analog Days” (2002) – di Govind Singh Khurana

La storia della musica elettronica e di come ha conquistato il proprio spazio di diritto in ogni ambito musicale è curiosa, fatta di intrecci a volte casuali tra elementi distanti. E’ il punto di incontro di vari mondi, dalla ricerca nell’ambito della musica di impostazione classica ai semplici appassionati di elettronica che negli anni 50 assemblavano kit per radioamatori venduti per posta negli States, per arrivare a veri e propri ingegneri elettronici ed informatici e musicisti pop rock. Questo percorso si può riassumere in realtà in poche mosse, e in ancora meno persone, tutte connesse tra loro. Nella East Coast, Bob Moog (nome che andrebbe pronunciato facendo sentire le due o, come da sua origine olandese), che inizia a costruire e vendere per corrispondenza kit per Theremin e i primi esperimenti di synth nella cittadina di Trumansburg, un luogo dall’economia in crisi, poco distante da New York. Nella costa opposta c’è Don Buchla, con intuizioni simili, nello stesso momento… e sono molte le cose che oggi diamo per scontate ma che in realtà sono frutto di scelte e casualità: la prima di tutte, il fatto che i synth fossero gestiti attraverso una tastiera, come un pianoforte (scelta a cui diversi si opponevano agli inizi, soprattutto in ambito accademico) Una storia avvincente, su cui Hollywood potrebbe benissimo girare un film, la trama perfetta. Due concorrenti, con tratti in antitesi e, di mezzo, il mondo, dagli incontri con le culture alternative, e gli Acid Test di San Francisco, in cui Don Buchla era presente anche come esecutore e gestiva anche il flusso delle immagini, DJ e VJ prima che i termini fossero inventati, al Festival di Monterey quando Paul Beaver, freschi del loro investimento nell’acquisto di un Moog 3, affittarono uno stand e videro come per miracolo apparire davanti a loro alcune delle rockstar del tempo, con ancora in tasca gli anticipi della loro etichetta, riuscendo a vendere circa 15.000 dollari di strumentazione nell’arco di un pomeriggio. L’evoluzione nelle tecnologie, si sa, genera anche evoluzione nella gestione dei diritti e, i suoni frutto di esperimenti, fatti collegando cavi e girando manopole, con qualcosa che assomiglia più a un armadio o a un centralino telefonico dei film in bianco e nero che non a un moderno synth, inizialmente non erano riconosciuti da tutti come composizioni. Non da George Harrison che pubblicò a suo nome l’album “Electronic Sounds” (1969) contenente suoni registrati da Bernie Krause a sua insaputa, proprio mentre spiegava ad Harrison il funzionamento del synth. Non fu facile nemmeno per chi proveniva da ambienti accademici come Wendy Carlos o Pauline Oliveros e per i primi compositori che volevano proporsi per il cinema o come sound design; dobbiamo a persone come loro l’invenzione dei suoni sintetici e anche la semplice idea di come possa “suonare” un’astronave o una spada laser. Nel 1969 il Moog fa la sua apparizione in “Abbey Road”, ma soltanto con l’avvento del Minimoog, inizierà una diffusione più estesa ma mai lineare, e nella storia dei synth sono molti gli imprevisti ed i marchi che cessarono l’attività per i motivi più svariati. Questa pubblicazione ha il merito di rendere onore a tutte le figure che hanno segnato la storia della musica elettronica, vista dalla prospettiva di chi ha costruito e ideato gli strumenti e dei compositori e artisti che hanno a loro volta dato il loro contributo con la loro musica e le loro idee.

“Analog Days: the invention and impact of the Moog synthesiser” di Trevor Pinch e Frank Trocco
(Harvard University Press 2002 – 390 pp.)

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