Traffic: “Traffic” (1968) di Alessandro Gasparini

Le Midlands Occidentali sono un territorio che a prima vista sembra insulso. Ci ho vissuto per un anno, passando tra l’altro un’estate durante la quale ho salutato il sole a giugno per ritrovarlo a settembre. Una sterminata pianura sulla quale vola indisturbato il soffio proveniente dal Canale di San Giorgio, il quale passando dal Galles per gentile concessione, rende sostanzialmente superfluo nei giorni di pioggia un accessorio di umana creazione quale l’ombrello. Pianure dicevo, caseggiati su per giù identici tra loro nel rispetto dell’urbanistica Made in UK, fabbriche e, di tanto in tanto, qualche canale più o meno limpido. Fa strano pensare che quella Terra di Mezzo (Tolkien ci ha vissuto in giovane età) tra il prospero e verde South e il grigio North del Regno Unito sia stata una culla della Rivoluzione Industriale e abbia dato i natali a William Shakespeare. Un territorio seminale e inseminato, per la cultura del mondo occidentale intesa anche come crocevia di popoli che dalle colonie o presunte ex, partono per rendere tributo alla Madre Patria. Per un appassionato di rock anni ’70 l’entusiasmo di essere accolto in una County che ha visto nascere e crescere Robert Plant, Ozzy Osbourne e Rob Halford è stato motivo di onore ed entusiasmo. Una mattina di luglio scelsi di camminare per un’ora lungo le strade di Birmingham (abitavo lì) per raggiungere un tempio della musica, il Diskery Record Store. Partendo da Ladywood, attraversai il City Centre, Chinatown e infine il Gay Village per giungere all’ambita meta.
Con le insegne anni 50 e gli innumerevoli scaffali apparentemente disordinati colmi di dischi e di riviste a tema, quel luogo senza tempo mi trasmise un traboccante amore per la musica. Amore che si percepiva anche alla cassa quando l’anziano titolare, intuiti i miei gusti musicali, iniziò a raccontarmi di tanti artisti e gruppi che hanno avuto a che fare con quel posto. E proprio quando stavo per andare via mi disse: “Hey man! You know the young Steve Winwood used to buy his records here?”. Un nome del quale spesso ci si dimentica, in quel momento lo avevo dimenticato anche io, nonostante sia legato a band come Spencer Davis Group, Blind Faith e Traffic. Già proprio i Traffic, che sono stati l’esperienza più corposa della sua carriera, mi tornarono in mente. Avevo ascoltato buona parte della loro discografia qualche anno prima, restando incuriosito dal dualismo apicale che caratterizzò i primi anni del progetto, conteso tra Winwood e il chitarrista Dave Mason. Lo Spencer Davis Group fu una scintilla che nel 1964 incendiò gli ambienti rhythm and blues di Birmingham. A fare da detonatore lui, Steve con la sua voce “nera” e l’organo soul/gospel che li spinse verso il successo con Gimme Some Loving (1966) e I’m A Man (1967), per poi abbandonare la nave e formare un nuovo complesso, i Traffic appunto.
Nel dicembre 1967 la neonata formazione, che comprendeva oltre al già citato Mason anche il sassofonista Chris Wood e il batterista Jim Capaldi, diede subito alla luce una pietra miliare del rock quale “Mr. Fantasy” (1967). Si tratta di un’autentica cavalcata che in poco più di trenta minuti lascia un solco indelebile nella musica del periodo e degli anni a venire, condensando blues, jazz e psichedelia in una pillola da assumere rigorosamente a stomaco pieno. Ma se di questo trionfo di Winwood se ne è parlato e se ne sentirà parlare ancora, preferisco spendere qualche parola per l’album che seguì subito dopo, ovvero l’omonimo “Traffic” del 1968. Il loro secondo disco attenua la verve sperimentale e l’approccio da jam che aveva caratterizzato “Mr. Fantasy”, ma risulta forte negli scambi virtuosi e nella canzoni scritte a corrente alternata da Winwood e Mason. La personalità di quest’ultimo emerge prepotentemente già dalla prima battuta con la perla dal nome You Can All Join In, la quale suona subito all’orecchio come una classica filastrocca cantata con una metrica spudoratamente britannica. Un perfetto incastro tra voce, chitarra e il sax di Chris Wood, con il tutto che sa di soul, rock e folk rurale sapientemente shakerati in un frullato musicale che, passando per i Free della premiata ditta Rodgers-Kossoff, non sarà passato inosservato ai Lynyrd Skynyrd.
Risponde subito l’altro leader con la granitica Pearly Queen, un hard blues che verso il finale rievoca il clima hippy dei concerti lisergici dell’epoca e che, successivamente, chiamerà l’ascoltatore a sedere intorno a un fuoco mistico fatto di voce, flauto e rilassanti percussioni con quella rara gemma che è 40,000 Headmen. Seduti a questo bivacco, forse, ci saranno stati anche gli italiani del Balletto di Bronzo, ricordandosene per la loro Ma Ti Aspetterò del 1970. È però Mason che probabilmente scrive la storia in questo disco, inventandosi il classico Feelin’ Alright? Con un look da inno generazionale che sembra anticipare You Can’t Always Get What You Want degli Stones e suona freschissima e sbarazzina, nonostante abbia raggiunto la fama grazie alla cover di Joe Cocker l’anno successivo. Altre frecce al suo arco sono Don’t Be Sad e Vagabond Virgin, confezionate magistralmente per un ascolto che scorre fluido e nostalgico ma, soprattutto, Crying To Be Heard, con il sax di Wood che giganteggia tra la voce del Winwood, i cori di tutti e la chitarra del compositore.
Mentre Steve, con il sempre presente Capaldi, arricchisce il sontuoso contorno dei piatti forti appena mangiati con Who Knows What Tomorrow May Bring, dove spicca il suo organo Hammond, e il jazz da atmosfera onirica in No Time To Live che prefigura il percorso musicale che intraprenderà di li a poco. Sempre lui, enfant prodige che appena ventenne ha già un tale bagaglio sulle spalle, chiude in bellezza piazzando negli ultimi solchi quella Means To An End, ballad tirata e rockeggiante, nella quale suona la chitarra con un fare degno di uno swamp rocker perfettamente a suo agio nel bayou. Un disco che ha fatto parlare poco di sé. Seppur vario, interessante e pieno di spunti per  altri gruppi e artisti, resta sospeso tra l’ingombro dell’album precedente e gli sviluppi successivi dei due leader. Se infatti Mason avrebbe iniziato un periodo solista e pieno di collaborazioni eccellenti, Winwood avrebbe chiuso poco dopo i battenti dei Traffic in favore del supergruppo Bilind Faith con Clapton e Baker. Ma si sa, i corsi e ricorsi storici nel rock sono all’ordine del giorno. Appena il tempo di entrare nel decennio che segna la fine delle utopie e del “peace and love”, che il marchio Traffic si ricompone, questa volta senza Mason, per rivelarci che un certo John Barleycorn deve morire… ma questa è un’altra storia.

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