Tractor: “Tractor” (1972) – di Marco Fanciulli

I Tractor sono una band inglese che fa leva principalmente su un duo formato dal chitarrista Jim Milne e dal batterista Steve Clayton. Nel 1972 fecero uscire quest’album omonimo, il secondo della loro carriera. Il loro sound è una perfetta calibratura di psichedelia, hard rock e prog, un suono che affonda nei sixties ma è già immerso nei seventies e che guardava oltre. Giova ricordare che avevano come referenze due grossi calibri: John Peel che li scoprì e li portò all’incisione e Julian Cope che li riportò alla luce agli inizi del 2000. Un gruppo con simili referenze è più che raccomandabile. Analizziamo l’album brano per brano. All Ends Up: il primo brano è una bomba. inizia con un sibilo di elettronica minimale alla La Monte Young per poi aprirsi in una distorsione ad alto gradiente lisergico ad opera di una chitarra acida e arricchito da un cantato che pare provenire da un pianeta alieno. Un viaggio parastellare a bordo di una navicella hard-psycho. Little girl in Yellow è la lunga traccia numero due che rivela la parte più legata al prog. Inizia con un fraseggio di trip acustico-lisergic emanation di quelli che faranno la gioia futura di Julian Cope, per poi dispiegarsi in una cavalcata strumentale alla Quicksilver Messenger Service calati in piena distorsione chitarristica acidogalvanica. La chitarra è eccezionale e la struttura armonica di stampo prog è la dimostrazione di quanto quest’ultimo sia la filiazione diretta della psichedelia, quando non predominano barocchismi e pomposità.
Watcher è un breve intermezzo acustico dominato da una voce suadente. Una pausa. Segue Ravenscroft’s 13 bar boogie, un rock-blues psichedelico in forma di boogie mid-tempo. Preso singolarmente il brano non eccelle in originalità; ma considerandolo nel contesto dell’album acquista maggior valore. Shubunkin, Brano strumentale, attacca con un’introduzione rarefatta che lambisce territori dark ambient e rivela l’anima sperimentale della band (e cioè prog nel senso vero del termine). Seguono la batteria che apre a parti chitarristiche come dei Pink Floyd più acidi. Senza soluzione di continuità si passa a Hope in Favour ed è l’anima più hard del disco, del tutto in linea ai dettami del tempo. Già si prefigurano però le successive gesta di certa New Wave of British Heavy Metal. Sempre senza interruzione si passa alla penultima traccia, Everytime it Happens, ed è una perla: fin dal primo ascolto mi è rimasta impressa, quando acquistai la ristampa in vinile una quindicina di anni fa in quel di Novegro. È una performance di psichedelia acustica dal carattere bucolico che pare il canto di un menestrello capitato per caso negli anni 70 a cui hanno allungato una pasticca di anfetamina. Notevole anche l’apertura al fuzzin’ finale.
Il brano di chiusura, Make The Journey, è un lungo trip hard-psycho che anticipa certe evoluzioni future dell’acid rock a venire. È il pezzo più lungo del disco e ascoltandolo ci si rende conto che lo stoner in fondo non ha inventato nulla di nuovo. La prima parte è dominata dal potente fuzzin chitarristico, mentre poi la sorpresa arriva dopo e consiste in un drumming da brivido, un sabba tribale arricchito da loop di voci reiterate: decisamente avanti rispetto all’epoca, ricorda certe cose del movimento d’avanguardia Fluxus, con quell’ insieme di percussività e voci in loop che fa proprio pensare a un flusso di coscienza. È il degno finale di un disco decisamente avanti, dove la sperimentazione si inserisce nel melting pot hard-psichedelico. Riduttivo definire quest’album acidrock; gli elementi qui contenuti sono tanti e vari e inseriti in una mescolanza dove ogni singolo brano rivela sorprese. Raccomando urbi et orbi di disseppellirlo dall’oblio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: