Townes Van Zandt: “Flyin’ Shoes” (1978) – di Bartolo Federico

Seduto sui gradini della sua casa di legno osservò il desertoera ridotto a brandelli e, nonostante capisse che quella frenesia da tossicomane alcolizzato che lo dominava lo avrebbe portato diritto alla tomba, si accese l’ennesima sigaretta e bevve un lungo sorso di rum. Il cuore accelerò i battiti e lo picchiò nel petto nello stesso istante in cui un odore di merda sopraggiunse. Che strano, pensò. La notte lo attraeva e, nel contempo, lo spaventava; era scura e gelida ma per altri versi anche confortante. Dondolò su se stesso e raccolse da terra la Gibson color tabacco. Con la mano sinistra prese un accordo di Mi maggiore e, sommessamente, nella brezza leggera, tossì un blues rauco. Un coyote, celato nell’ombra, stette ad ascoltarlo. Il whiskey dev’essere il mio letto di morte. Dimmi dove mettere a giacere la testa. Non con me è tutto quel che lei disse. Sul far del mattino. Se avessi un biglietto da un dollaro, credo, certamente andrei in città a bere sino a riempirmi. Sul far del mattino.” (Dollar Bill Blues).
Quel giorno, prima che il cielo si facesse scuro e un vento freddo prendesse a soffiare, se la filò con il suo pick-up. Ci aveva caricato il necessario ed era sparito da quella città in cui non c’era nulla da fare, specie per un uomo schivo come lui. Guidò dall’alba al tramonto, osservando la pioggia cadere e contemplando sé stesso. Bere era diventato il suo chiodo fisso; nulla di cui vantarsi, certo, ma non era andata sempre cosi. Quando era bambino aveva un sacco di idee su come sarebbe stato il suo futuro e poi, crescendo, aveva ridimensionato tutto e si era limitato a parare i colpi, cercando di soffrire il meno possibile. Nessuno di noi può prevedere il futuro e che cosa ci succederà. Magari uno crede di riuscirci, ma non è vero; ed allora facciamo cose insensate, balziamo di qua e di là, come cavallette impazzite, restiamo in attesa che le cose tornino a essere come non saranno più. La stamberga di legno gli si era parata davanti all’improvviso, un giorno che si era spinto più in là del solito nei suoi pellegrinaggi attraverso il deserto. Quella baracca, che un tempo aveva dato riparo a viaggiatori solitari, hoboes e pionieri, cadeva letteralmente a pezzi, ma lui s’innamorò all’istante di quel luogo. Con una pazienza certosina la rimise in sesto e, alla fine, ci andò a vivere. Rientrò in casa e mise a posto la chitarra, si accovacciò sulla branda guardando le travi del soffitto. Un raggio di luce penetrava dalla finestra colpendolo direttamente sugli occhi.
L’aria era fresca, bevve un’altra lunga sorsata. Si rimise in piedi, arrotolò una sigaretta e stette immobile per un lungo istante nella penombra. Afferrò nuovamente la chitarra è biascicò una canzone, una di quelle in cui si metteva a nudo. Una di quelle canzoni che feriscono fin dentro l’anima, se percepisci le voci e quello strano brusio delle cose che ci circondano. Non devo raccontarti delle bugie Non credo che sia saggio Hai dei bei occhi Vorresti starmi alla larga non valgo molto come amante è vero ora sono qui e poi sarò via e triste per sempre Ma sono certo di volerti. Cieli pieni di argento e oro. Prova a nascondere il sole. Non si può fare a lungo.” (No Place To Fall).
Quando entrò in quel bar, si sedette su uno sgabello di legno accanto a dei messicani che bevevano e chiacchieravano tra di loro. Il banco era di mogano scuro. Di fronte, nel mobile dietro il banco, c’era uno specchio dove poteva osservare gli altri uomini dietro di lui. Notò che erano per lo più sbandati, assorti dentro i loro guai. Non fece in tempo ad ordinare, che la puttana che lo aveva preso di mira appena entrato si avvicinò con garbo e lo guardò dritto negli occhi. Loretta era bella da lasciarlo senza fiato, sembrava piccola e sperduta ed era diversa da tutte le ragazze che aveva incontrato. Lo sentì a pelle, gli fece un effetto dirompente, tanto da pensare che con quello sguardo lei potesse osservarlo fin dentro le viscere; ma fu un attimo. Subito dopo abbassò gli occhi e quell’euforia svanì nel nulla, lasciando spazio solo alla paura, a quel brivido freddo che lo smarriva, all’angoscia senza limiti che lo permeava. Si sentì triste e colpevole di chissà quale misfatto senza che avesse fatto nulla di male. Oh, Loretta è solo una ragazza da saloon indossa il sette sulla manica Balla come brilla un diamante Racconta bugie che adoro credere Ha 22 anni circa e occhi allegri color nocciola Butta via il mio denaro come cascate d’acqua Mi ama come vorrei amarla io” (Loretta).
Sputò via la cicca che spense schiacciandola con la punta dello stivale. Stava alla finestra, dietro il vetro polveroso, e guardava la vecchia ferrovia in disuso. Tutto intorno regnava il silenzio, ma gli sembrò di vedere qualcosa e schiacciò la faccia nel vetro freddo. Di notte i vagabondi si nascondevano da quelle parti. Rannicchiati sulla terra fredda, con il corpo che gli doleva, sentivano i crampi alle gambe e alla schiena mentre aspettavano che il treno merci passasse per saltarci su. Gli erano sempre piaciuti i vagabondi perché anche lui, come loro, amava guardare le nuvole che se ne andavano senza meta nel cielo. Uomini dimenticati, quelli, che probabilmente avevano la colpa di avere il cuore al posto giusto. Uomini che celavano storie incredibili e conoscevano quelle ballate antiche che parlavano di banditi buoni come il pane, di ferrovie e di quanto era duro il mondo con la povera gente. Amava quelle canzoni, lo facevano sentire orgoglioso di ciò che era diventato. “Il buon Dio li abbia in gloria i vagabondi”, pensò. Non si accorse neppure che si era fatto giorno. Nella piccola cucina preparò del caffè e su del pane raffermo spalmò del burro di arachidi.
Mangiò, continuando a fumare tra un boccone e l’altro, ascoltando nel silenzio il proprio respiro. Era cresciuto in una famiglia facoltosa che si era arricchita con il petrolio. Negli anni della sua fanciullezza aveva cambiato più volte residenza per via degli affari di suo padre. Questi continui spostamenti non gli permisero di avere radici da nessuna parte. Durante il periodo universitario si era ben distinto, poi il buio e la paura lo vennero a prendere. In quell’alba fredda, strisciando come un crotalo, qualche ricordo si fece timidamente largo e si meravigliò non poco perché la sua malattia gli impediva di farlo. Quando i ricordi si spengono è come avere detto addio a tutto ciò che conosci, a ogni cosa che hai amato; il vento furioso ti sommerge, lasciandoti ansante e tremante, riempiendoti gli occhi di polvere e di ruggine. Cosi, a poco a poco, si muore. Giorni pieni di pioggia Il cielo sta venendo giù ancora Mi sento proprio stanco di queste solite vecchie tristi canzoni, Bambina non sarà lungo il tempo prima che io allacci le mie scarpe volanti” (Flyng Shoes).
Aveva il morale a terra ma, come per molti che soffrono di disturbi psichici, voleva sembrare sereno, dare l’impressione di essere perfettamente normale, quando sapeva bene che non era così. Il suo spleen lo portava alla deriva, doveva decidere solo se affondare lentamente o tutto in un botto. Bisognava assumere le redini del comando, tenendo una vita più regolata. La lampada ad olio era rimasta accesa e la baracca sembrava accogliente o cosi pareva ai suoi occhi. Una pioggia sottile iniziò a cadere. Dalla finestra imperlata di pioggia osservò la strada. Il vento aveva preso a soffiare. Mandò giù d’un fiato un bicchiere di whisky, si alzò e infilò una mano nei pantaloni, tirò fuori quel foglio raggrinzito su cui aveva appuntato quei nuovi versi e con la chitarra cercò una melodia. Sui venti della tristezza la luce è dolente e le catene sono strette. La libertà sta cantando. Aggrappati al buio fino a quando non avrai cambiato canzone. La tristezza mi laverà e subito mi asciugherà. Il mondo mi nasconderà, ma lei saprà ritrovarmi e quando mi troverà mi porterà a casa.” (When she don’t need me).
Aveva già inciso altri dischi ma non era per nulla soddisfatto dei risultati ottenuti. In quella capanna in mezzo al deserto stava cercando di capire dove sarebbe potuto arrivare. Il materiale che aveva scritto gli sembrava buono; qualche sua vecchia canzone, a furia di provarla e riprovarla, aveva preso più consistenza ed un rantolo di fiducia lo spingeva in avanti. La musica era la sua ancora di salvezza. Aveva il viso magro e nei suoi occhi si leggeva tutta la sua sofferenza, il suo male di vivere, ma avrebbe in ogni modo inciso quelle canzoni. Si tolse il cappello e fumando guardò lontano, verso il deserto. Scese lentamente i gradini che lo portavano fuori dalla baracca e prese a camminare tra i sassi. Un coyote lo osservò da dietro una siepe. Camminando prese a contare i passi e si sentì sospeso sopra il deserto; un breve attimo con le sue scarpe volanti. Si voltò è tornò indietro. Rientrò in casa e si sdraiò sulla branda cercando finalmente di dormire. In lontananza gli parve di sentire il fischio sottile di un treno.

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