Totò… go home – di Ginevra Ianni

Totò Riina è malato, sta in regime di 41 bis. Vuole uscire, tornare a casa per morire pacificamente nel suo letto circondato dall’amore dei suoi familiari… boom. Questa è la notizia diffusa per ogni dove e che ovunque dilaga, mentre tutta l’Italia, e stavolta davvero tutta, si alza in piedi indignata per dire qualcosa. C’è chi si sdegna, chi non ha ancora finito di piangere i propri morti (ammazzati e in taluni casi disciolti nell’acido), chi invoca la legge del taglione, chi si appella alla superiorità dello Stato di diritto, chi invoca di accelerarne pietosamente la fine reiterando una delle più crudeli esecuzioni e chi giustifica il diritto di andarsene nella pace di casa propria. La notizia tocca sul vivo il nervo scoperto dell’unica certezza del Paese: uno dei più cruenti e potenti capomafia finalmente assicurato alla Giustizia degli uomini, inchiodato da un numero inespiabile di ergastoli, finalmente ed in barba alla certezza della pena, fa ciao ciao e comunque se ne va, esce di galera. Se è vero che la televisione dà la notizia e il giornale la spiega, in questo caso nessuno e dico ancora nessuno (né l’una né l’altro) ha perso tempo e inchiostro per illustrare davvero ciò che è accaduto, limitandosi a cavalcare l’onda emotiva dello sdegno nazionale. Allora una lettura attenta della vicenda si impone, se davvero si crede di far parte di un consorzio civile quale quello costruito da secoli di civiltà dello Stato di diritto e a cui tutti, Riina incluso, si appartiene. Ciò che non è stato detto, dando solo risalto alla notizia che il boss è gravemente malato, è che legittimamente, come previsto dalla norma nel caso di un detenuto affetto da grave patologia, gli avvocati difensori hanno esercitato il loro diritto/dovere di chiedere il differimento dell’esecuzione della pena o, in subordine,  che il loro assistito possa scontare il resto della pena in regime di detenzione domiciliare. Ciò che non è stato detto è che il Tribunale di Bologna, a fronte di tale istanza, ha legittimamente ricusato tale richiesta per diverse ed importanti motivazioni legate soprattutto al peso ed al ruolo che un uomo come Riina può ancora esercitare sul suo territorio. Ciò che non è stato detto è che i legali del condannato hanno legittimamente fatto ricorso in Cassazione avverso tale decisione. Ciò che è stato detto invece, ed in pompa magna, con  i megafoni e le casse di risonanza, è che la prima sezione penale della Suprema Corte ha annullato l’ordinanza del Tribunale di Bologna e basta. Niente altro serve per lo spettacolo della notizia bomba dell’estate. Infatti, tutti in piedi a parlare, recriminare, rivendicare, condannare, emendare, compiangere, giustificare, istigare. Tirando l’ovvia conclusione che l’annullamento legittimasse automaticamente la scarcerazione del boss, in barba a tutti gli ergastoli e a tutti i morti innocenti. Non uno che si sia soffermato a leggere una parola di più oltre la prima riga della sentenza di Cassazione. Comprensibile, è estate, si è tutti un po’ più stanchi. Se notizia deve esserci che sia leggera, semplice, che scivoli addosso ed al massimo smuova un po’ lo stomaco ma niente di più. Sarebbe bastato leggere più attentamente per capire, anzi per sapere che la Cassazione non ha annullato l’ordinanza per bonomia o per innata simpatia verso il condannato ma ha posto nel nulla il provvedimento del tribunale proprio perché – vista l’importanza ed il ruolo del soggetto de quo – ha ritenuto che tale provvedimento dovesse essere meglio articolato nelle sua motivazioni, onde poter pronunciarsi sull’istanza avanzata che i legali di Riina avevano il diritto di presentare e che, prima il Tribunale e poi la Cassazione, hanno il dovere di ricevere e ricusare. Tutte le polemiche che sono sorte intorno a questa vicenda sono state coartate ed artificialmente indotte, perché nessuno è stato diffusamente informato della effettiva realtà giuridica della questione, poiché i media si sono limitati a gonfiare una polemica sterile ben resto destinata ad afflosciarsi come i palloni sulla spiaggia… ma con gravi conseguenze. Innanzitutto si è preferito dare al pubblico la notizia più  facile e scandalistica, che fa maggior presa ma che riduce il sacrosanto diritto di ognuno ad essere correttamente informato di ciò che realmente accade. In secondo luogo abbassa il profilo e la dignità di un principio giuridico altissimo, frutto di furiose e sanguinose lotte nei secoli,  che è il concetto della certezza della pena e della conoscenza che deve essere diffusa, in luogo di una visione perniciosa del diritto. Risultato? Un abbassamento generale dell’informazione e del livello di sforzo intellettuale dei lettori. Vi sono infatti notizie che di per sé si leggono di sfuggita e ve ne sono altre che richiedono un’attenzione maggiore ed una corretta ponderazione. Come accade per ogni cosa nella vita. L’aspetto più deteriore di questa vicenda però, è il triplice risultato finale che si ottiene: l’abbassamento del livello di divulgazione della notizia qualunque essa sia, il conseguente passivo e acritico recepimento da parte del pubblico e, infine, cosa gravissima,  la sempre più facile manipolabilità delle masse. Come è accaduto già in ogni regime totalitario “Il sonno della ragione genera mostri”.

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