Tori Amos: “Cornflake girl” (1994) – di Matilde Marcuzzo

1994. Che Cosa ci fa una ragazza di origini marocchine seduta ad una vecchia scrivania di olmo montano che sorregge il viso su un gomito incerto, mentre una calza di lana verde le scivola giù dalla gamba destra senza protestare per il freddo? Cosa ci fanno i suoi occhi spenti, seguire come riflessi di fari stanchi d’automobili in corsa, i movimenti della sua penna che lancia come lampi di luce, inchiostro intellettuale e dolore“This is not really happening / You bet your life it is”. È successo a Cittanova. È successo ad Amina Jelloun. Quel giorno aveva dovuto rifugiarsi in camera perché la signora che l’aveva accolta in casa tre anni prima, l’aveva sgridata sul suo modo di affrontare il taglio del pane a tavola.
Maria Pidolaro era sempre stata una donna pignola, lo sapeva tutto il vicinato. Una delle più benestanti donne del paese ma, intrattabile, severamente bigotta e vedova da oltre 16 anni, l’aveva presa a vivere con sé. In un certo senso, le aveva salvato l’esistenza e Amina sapeva che oltre quello sguardo di circostanze e perbenismi, la signora Maria provava affetto per lei. Lo aveva capito in una delle sue tante notti galleggianti in pianti silenziosi, quando l’oscurità diveniva ancora più buia, le strade finivano di viaggiare e forse, l’unica insonne di Cittanova era lei assieme a qualche uccello notturno sugli alberi del giardino di casa. Era entrata scivolando, quasi come la seta sul marmo, le aveva rimboccato le coperte e allontanato dagli occhi qualche capello, poi era uscita di nuovo, cosi come era entrata. Di giorno, però la rimproverava su tutto, su chi frequentare, su come vestirsi, su come tagliare le fette di pane e perché no, anche riguardo a come sorridere… ma Amina non sorrideva da tanto tempo, aveva tagliato il suo sorriso in verticale, proprio come aveva fatto a tavola col pane e non in orizzontale, come erano stati i corpi dei suoi genitori alla sua vista e, dilaniati dalle mine poste lungo il “muro della vergogna” che divideva il Marocco dai territori del Fronte Polisario.
Quanta gente era morta per contrastare la ribellione e la lotta per l’indipendenza, oltre il Sahara Occidentale. Erano passati pochi anni ma, Amina li teneva accesi negli occhi quegli strazi e quel sangue. Nemmeno allora, lei sapeva cosa ci facesse lì, ignorava il perché, a soli 7 anni avesse dovuto assistere a scene incomprensibili per il suo raziocinio e il suo animo. Riflettendo su questo fatto, aiutata da una maturità inaspettata e da ricordi liberatori, quel giorno Amina seppe propro lì, sul suo letto che i tempi andavano, che le cose stavano cambiando, gli affetti pure.
“She knows what’s goin on / Seems we got a cheaper feel now / All the sweetcaze are gone / Gone to the other side”. Capì che tutte le cose che giravano attorno al suo mondo erano ostacoli, perlomeno, tutte le cose e le persone che avevano a che fare con chi nasceva sotto una stella spenta come la sua. Chi lottava tutti i giorni per non sentirsi una “ragazza cereale”, fragile, puritana e conformista, obbediente alle leggi del proprio paese, era come Amina. I suoi genitori avevano lottato a lungo per impedire che la famiglia Jelloun venisse schiacciata da una legge, a loro avviso, stupida. Sua madre Katshia che per metà era britannica di nascita, aveva idee che non si erano mai piegate alle volontà e agli usi e costumi marocchini. La signora Jelloun aveva cresciuto sua figlia nel sogno dei racconti della buonanotte che avevano per protagoniste eroine che lottavano per la propria indipendenza femminile. Cosi, lei ricordava e ora, in quel paesello calabro, in quella nuova famiglia d’adozione, lei faceva rimbombare la propria indipendenza come e quando più le piaceva. Ora che Amina si sentiva in tutto e per tutto una “ragazza uvetta”.
“Never was a cornflake girl / Thought that was a good solution / Hanging with the raisin girls. originale, indipendente, prendeva consapevolezza di essere una donna in crescita che non rinnegava la propria identità o il ruolo del proprio sesso, così come era giusto che fosse, in una società evoluta. Amina era forte, si mescolava a ragazze indipendenti e sicure di sé. A scuola, lei teneva sempre il mento ben in alto, fiera di chi fosse e fiera del colore della sua pelle. Alcuni ragazzi l’avevano presa in giro per un bel po’ di tempo dopo il suo arrivo a Cittanova ma, adesso avevano rinunciato perché Amina aveva smesso di avere paura, aveva smesso di vergognarsi delle sue origini, aveva smesso di piangere. I suoi occhi potevano essere tristi ma, mai più in lacrime. La ragazza aveva lavorato sui suoi punti di forza e non si era più fermata.
Gli occhi di una futura donna, emancipata e sicura, potevano essere colmi di ricordi tristi ma, mai più commossi agli occhi del mondo stesso. “This is not really happening / You bet your life it is / Peal our the watchword / Just peel out the watchword. Oh, stava accadendo sul serio, le sue parole magiche erano “vivere davvero!”… e Amina viveva! Sorrideva e mostrava i suoi sentimenti dove ve ne fosse bisogno, vestiva gonne di jeans, arricciava i capelli alla nuca e masticava le chewing gum. Amina usciva con le “ragazze uvetta” e non mangiava cereali a colazione. Nel tempo libero, Amina scriveva poesie e racconti brevi come una piccola Virginia Woolf. Da quella sua “stanza tutta per sé”, Amina sferzava la penna come una spada contro le ingiustizie in rivalsa del femminismo.
Amina ascoltava Cornflake girl di Tori Amos e adesso si sollevava la calza di lana verde. Il primo singolo, estratto dal secondo album della cantautrice statunitense… “Under the pink” le piaceva da morire; lei era nata sotto il colore rosa e non avrebbe permesso a nessuno di stingerlo. Amina era una Dorothy volata via dal Kansas e, allo stesso tempo, una Alice nel paese delle meraviglie alle prese col bianconiglio… “Rabbit where’d you put the keys girl”. Amina avrebbe continuato a tagliare fette di pane in verticale e non avrebbe smesso, nonostante le proteste della signora Maria. Lo avrebbe tagliato e mangiato e, come Alice, sarebbe diventata finalmente “grande”.

Never was a cornflake girl / Thought that was a good solution
Hanging with the raisin girls / She’s gone to the other side
Givin’ us the old heave ho / Things are getting kind of gross
And I go it’s sleepy time / This is not really, this, a-this
This is not really happening / You bet your life it is
You bet your life it is / Oh, you bet your life
It’s a peel out the watchword / Just peel out the watchword
She knows what’s going on / Seems we got a cheaper feel now
All the sweeteaze are gone / Gone to the other side
With my encyclopedia / They musta paid her a nice price
She’s putting on her string bean love / This is not really, this, this
This is not really happening / You bet your life it is
You bet your life it is / Oh, you bet your life
It’s a peel out the watchword / Just peel out the watchword
Never was a cornflake girl / Thought that was a good solution
Rabbit, where’d you put the keys, girl? / Rabbit, where’d you put the keys, girl?
Rabbit, where’d you put the keys? / Rabbit, where’d you put the keys?
Where’d you put the keys, girl? / And the man with the golden gun
Thinks he knows so much / Thinks he knows so much, yeah
And the man with the golden gun / Thinks he knows so much
Thinks he knows so much, yeah / And the man with the golden gun
Thinks he knows so much / Thinks he knows so much, yeah
And the man with the golden gun / Thinks he knows so much
Thinks he knows so much, yeah / Rabbit, where’d you put the keys, girl?
Oh, rabbit, where’d you put the keys, girl? / Rabbit, where’d you put the keys? oh yeah
Rabbit, where’d you put the keys? / Where’d you put the keys, girl?

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