“Topo” – di Francesco Picca

Sono al terzo giorno. Ossa e muscoli avrebbero bisogno di una posizione diversa, ma ho due sole alternative: seduto o sdraiato. Seduto, e le ginocchia come appoggio per il braccio destro. Sdraiato, a pancia sotto, con le braccia protese. La pistola è pesante. Pesa come un cadavere. Tre giorni. Sono tre giorni che quel pezzo di formaggio sta lì. Tre giorni che lo fisso. In tre giorni ho creduto decine di volte di vedere muoversi qualcosa. Le granate dettano i tempi. Irregolari di giorno, confuse con mille altri suoni. Più vicine e numerose la notte, quando i tedeschi guadagnano qualche metro e allungano il tiro. Tre giorni che quel sorcio non si fa vivo. Gli ho dato un’unica alternativa. Forse sta qui l’errore. Forse è tutta qui la beffa. Non ho dormito molto in tre giorni. Soltanto alcuni minuti, tra una granata e l’altra, ieri, all’alba. Tre giorni che la bestia non mangia. Con oggi sono tre giorni. Il pezzo di formaggio che mi ha portato via non era poi così grosso. L’avrà mangiato, subito, tutto. Avrà di nuovo fame il sorcio. Deve, aver fame. Non era grosso il pezzo. Ma quel formaggio era mio. Era il mio formaggio. Questa lotta infame mi porta via ogni giorno qualcosa. Anche il formaggio. Mi concentro a pensare che la bestia sia tedesca. Verrà allo scoperto, prima o poi. Sbucherà da quella fessura. Lo faccio esplodere. Appena lo intravedo lo faccio esplodere. Lo inchiodo sul quel muro ammuffito, per sempre. Ho immaginato centinaia di volte lo sparo. Qui dentro mi sfonderà un timpano. Ma non importa. Io aspetto. Aspetto ancora un po’. Avrà fame. Verrà fuori da quella fessura. Verrà fuori. Appena lo vedo lo inchiodo. Lo inchiodo. Per sempre. Ma penso anche al mio probabile errore. Quell’unica alternativa che gli ho dato. Che ho creduto di dargli. Forse è fuori, la bestia. È già fuori, in giro, per campagne. Forse, adesso, sta rubando ai tedeschi. È fuori, dall’altra parte, e sta rubando il formaggio ad un tedesco. O forse una granata tedesca lo ha già inchiodato. Lo ha fatto esplodere. Una granata tedesca su un topo tedesco. Un’unica alternativa. Forse è questo l’errore. Pensare che il sorcio ne abbia solo una. Una sola alternativa, una sola via di uscita. Il dito sul grilletto. Da tre giorni. Tre giorni. Ma forse la bestia è già fuori, per campagne. Una sola alternativa gli ho dato. Una. Perché una è la mia. Una sola. E non può un sorcio averne una più di me. Lo inchiodo. Se esce lo inchiodo. Lo faccio esplodere. Non posso sbagliare. Sono due metri appena. Tre giorni. Tre giorni che aspetto. Verrà fuori. Deve aver fame. Ho un pensiero, però. Un altro pensiero. Devo uscire da qui. Stanotte. Trecento metri sino al fiume. Il fiume è in secca. Acqua alle ginocchia. Al massimo alle ginocchia. Però c’è la luna. Non voglio essere inchiodato da un tedesco, in piena estate, sotto una luna così. Non posso. Devo crearmi un’alternativa. Devo darmi un’alternativa. Non posso avere meno scelte di un sorcio. Una fessura per me. Forse due, per lui. Due fessure per il sorcio e una sola per me. Questa lotta infame. Questi suoni infami. Questi pensieri infami. Queste granate infami. Questa stanchezza infame che mi blocca. Non è paura. No, non lo è. È stanchezza. E’ soltanto stanchezza. L’unica paura che ho è quella di non vederlo mai più, il sorcio bastardo. L’unica paura che ho è di non farcela contro un sorcio tedesco. Trecento metri. Ho più probabilità di farcela se mi riposo. Devo riposare. Almeno un po’. Devo staccare gli occhi da quel muro e riposarmi. Trecento metri. Anche meno. L’acqua alle ginocchia. Al massimo alle ginocchia. Mi domando cos’altro possa portarmi via questa lotta infame. Mi ha portato via pure il formaggio. Ho fame. Vorrei uscire da qui. Trecento metri. Forse anche meno. L’acqua alle ginocchia. La luna. Non so cosa possa accadermi in una notte come questa. In un’estate come questa. Non lo so. L’acqua alle ginocchia. La luna alle spalle. Le granate alle spalle. Trecento metri. Meno. Anche meno. Ho bagnato la pistola. Ho bagnato il formaggio. E anche il pane. Il petto squarciato dall’affanno. La calma immutabile dell’estate. La luna. L’acqua al petto. Il silenzio squarciato dai miei pensieri e dal mio pianto. La riva, il fango. Il formaggio nel fango. Il pane nel fango. La schiena nel fango. L’avrei inchiodato quel sorcio infame. Per sempre, su quel muro. Ma pensavo con la mia testa. Era questo il punto morto. Era questo il limite. Pensieri di un morto. Un morto in una lotta infame. Ho dovuto pensare come un sorcio. Ho dovuto darmi un’alternativa. Il mio affanno che squarcia la notte e le mie mani nel fango di questa riva. La lotta infame, almeno per oggi, non può portarmi via nulla. Più nulla. Almeno per oggi.

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