Tool: “Fear Inoculum” (2019) – di Nicholas Patrono

4.869 giorni, poco meno della metà di quei “10.000 Days”, diecimila giorni, a cui si riferiva il titolo dell’ultimo album dei Tool, uscito il 2 maggio 2006. Ultimo album dei Tool per 13 anni, fino al 30 agosto 2019, quando “Fear Inoculum”, l’ultima fatica del quartetto di Los Angeles, ha visto la luce. Band che ha conosciuto le luci della ribalta a partire dagli anni 90, dal disco d’esordio, “Undertow”, datato 1993, primo scalino di un percorso che ha donato alla Musica due lavori di grande valore, “Ænima” (1996) e “Lateralus” (2001), entrambi considerati da critica e fan pilastri della corrente sperimentale del Progressive Metal moderno. Il discusso “10.000 Days” (2006) ha lasciato i fan con l’acquolina in bocca per anni, ad attendere, speranzosi e fedeli, augurandosi che i Tool portassero a compimento un quinto LP in studio. Un tema, quello del “fatidico album dei Tool che non uscirà mai”, che ha ispirato pagine facebook dal contenuto satirico, come Prog Snob, World-Prog Nation e altre, e divenuto presto un meme, un tormentone virale di Internet tra gli appassionati di Progressive, che hanno scherzato per più di un decennio sull’argomento. Un’ironia agrodolce per i fan dei Tool, sempre in attesa di qualcosa che ormai si era persa la speranza di vedere. Eppure, tredici anni dopo, quel tormentone è divenuto realtà.
Il quinto disco dei Tool, “Fear Inoculum”, è uscito davvero… non solo: è un’opera dalla durata importante, più di 80 minuti di musica, per un totale di sei brani, tutti superiori ai dieci minuti di durata, e quattro brevi interludi. Immutato il fascino dei temi trattati dai testi, come spiritualismo, esistenzialismo e filosofia ma, per produrre un disco degno della firma che porta, degno di recare il logo dei Tool sulla copertina, non basta “essere i Tool”, non basta “svolgere il compitino”, ossia quello che fanno i quattro musicisti americani nella loro quinta fatica discografica. Un disco più che mai conservativo, questo “Fear Inoculum”, che non esce mai dalla comfort-zone della band. Una caratteristica, questa, estremamente negativa, perché un’opera di ben 80 minuti dove “i Tool fanno i Tool”, con idee riciclate e intere sezioni auto-plagiate da brani più vecchi, risulta estremamente indigesta. Inoltre, i Tool si sono sempre distinti per la loro follia, per la capacità di sperimentare senza paura, creando capolavori come la suite di Parabol e Parabola, tanto per fare un esempio. Vederli scrivere brani così poco sperimentali, che hanno un retrogusto enorme di già sentito, è sconfortante. Mettiamo le cose in chiaro: i fan della band, la cui adorazione per il quartetto di Los Angeles raggiunge l’idolatria, quando non il fanatismo religioso, adoreranno questo lavoro, lo considereranno un capolavoro monumentale, forse non all’altezza di altri dischi dei Tool, ma pur sempre un ottimo ascolto. Non si può dare loro torto del tutto, perché “Fear Inoculum” è un disco che moltissime altre band non sarebbero nemmeno capaci di concepire. Tuttavia, e chi scrive tiene a specificarlo, può essere apprezzato appieno solo ed esclusivamente se estraniato dal contesto in cui viene a trovarsi.
Le aspettative lo penalizzano moltissimo perché, dopo un’attesa superiore ad un decennio, ci si aspettava qualcosa di più coraggioso, di più personale, meno sciatto. Non solo: i Tool hanno dimostrato di essere capacissimi di saper fare meglio di così. Diversi brani non suonano ispirati e, come già è stato detto, sono ultra conservativi, al punto da riciclare intere parti di vecchi pezzi e, fin dalle prime note del brano d’apertura, la title-track Fear Inoculum, tutti i difetti finora evidenziati vengono alla luce. Fra gli episodi meno riusciti si annotano Pneuma, un mattone di dodici minuti senza un briciolo di mordente, tra i brani che più soffre del sapore di “già sentito”, e il raccapricciante intermezzo Chocolate Chip Trip, nel quale il talento del batterista Danny Carey appare sprecato, sparso in mezzo a synth sconclusionati, nel tentativo di suonare vagamente sperimentali. Piuttosto anonima la title-track d’apertura. Interessante Invincible, più articolata, meno banale e un po’ più coraggiosa. L’ipnotica Culling Voices funziona, ma è penalizzata dal brano precedente, la per nulla entusiasmante Descending. Tra gli episodi più positivi la conclusiva 7empest, tanto sciocca nel titolo quanto efficace nel riportare alta l’attenzione, con atmosfere più aggressive e decise. Una sveglia, però, che arriva troppo tardi per dire qualcosa di interessante, malgrado nei ben quindici minuti di durata di 7empest siano seppellite lezioni di intricato – e assolutamente invidiabile – songwriting.
Ascoltare “Fear Inoculum” è come osservare il classico studente che ha le potenzialità, ma non si applica; che si accontenta del 6 in pagella perché è il cocco del professore – o dei fan, in questo caso – anziché studiare per un 9 o un 10. Quel che è peggio è che, in certi passaggi, “Fear Inoculum” suona forzato, e sembra che Maynard James Keenan abbia cantato svogliatamente. È comprensibile che la band abbia perso molti stimoli, dopo ben tredici anni di tempo trascorso e dopo le tante vicissitudini che ne hanno complicato composizione, registrazione e pubblicazione. Malgrado questo, resta un disco scritto da musicisti invidiabili e magistralmente eseguito, specie dal bassista Justin Chancellor e dal batterista Danny Carey, con invece il chitarrista Adam Jones e il vocalist Maynard James Keenan che si limitano ad un compito routinario. Un peccato, perché resta l’impressione che, se tutti quanti avessero osato di più, come in passato, staremmo parlando in altri termini di questo disco. “Fear Inoculum”, e qui è il punto focale della questione, non aggiunge nulla a ciò che i Tool hanno già detto; non scrive un capitolo che racconti qualcosa di nuovo nella loro storia, ma è un grande riassunto di cose già sentite, e fatte meglio, in passato.

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