Tony McManus: “Tony McManus” (1996) – di Roberto Menabò

Ci sono dei chitarristi che escono con l’album d’esordio che è uno sparo nella notte e poi purtroppo perdono con i lavori successivi quella purezza primitiva che aveva caratterizzato la prima opera. È stato cosi per il lirico e avvolgente “The Thing At The Nursey Room Window” di Peter Lang del 1973 ed è stato così per l’album omonimo “Tony McManus” uscito nel 1995. Tony MacManus, classe 1965, è nato a Paisley una cittadina delle Lowlands scozzesi a poche miglia a sud di Glasgow. Le sue origini vengono dall’isola di San Patrizio e ha avuto fin dalla prima adolescenza a disposizione una vasta e larga collezione di dischi di musica irlandese e scozzese collezionata dal nonno paterno e dai suoi genitori veri appassionati di folk. Come è d’uso da quelle parti i bambini presto si mettono a imparare uno strumento e a partecipare alla musica da suonare in famiglia nelle ricorrenze o più frequentemente per puro diletto. Anche Tony non era da meno e dopo aver provato violino, whistle e mandolino decise, poco più che ragazzino, di darsi alla chitarra e la passione per la sei corde fu così forte e devastante che non l’abbandonò più.
Lasciò invece gli studi di matematica che aveva iniziato all’Università, con un po’ di dispiacere da parte dei genitori ma Ia musica e la chitarra avevano vinto una lunga e contrastata battaglia contro formule ed equazioni. McManus iniziò così a entrare nel giro della musica popolare scozzese accompagnando alcuni cantanti tradizionali, in particolare Mairi Mac Innes, del cui canto e purezza stilistica Tony è stato sempre riconoscente debitore, che gli insegnò come approcciarsi alla musica gaelica e del modo giusto di rivederla e interpretarla. Serate in qualche folk club e apparizioni in alcuni festival fecero girare pian piano il nome di Tony tra gli appassionati ed esperti del settore tra cui Phil Cunningham, che capì subito quali enormi potenzialità avesse McManus nella trasposizione per chitarra di popolari reels e jig. La gavetta durò ancora qualche anno finché Tony ebbe la sua occasione d’oro nel 1994, quando si esibì in completa solitudine durante la serata finale della prima edizione del Celtic Connections a Glasgow, davanti a più di 2.500 persone come supporter ai famosi e acclamati Capercaillie.
Fu un vero trionfo e una piacevole e inaspettata sorpresa per molti appassionati e da lì la sua ascesa nel mondo della musica folk è stata inarrestabile. Il primo grande passo fu la pubblicazione del primo CD a suo nome, pubblicato nel 1996 per la Greentrax, allora il vero gotha delle case discografiche dedicate alla musica celtica. II disco fu un evento, tanti che non avevano ancora sentito MacManus rimasero impressionati dal suo stile e dalla sua tecnica. La stessa rivista Folk Roots che allora come ora godeva della stima dei più incalliti folkettari, si lanciò in entusiastiche critiche. In effetti “Tory MacManus” è un disco mirabile, unico, inarrivabile, tanto da entrare di diritto fra i più bei dischi di chitarra mai pubblicati e, come i veri dischi, godibile e accattivante anche per un pubblico di non solo chitarristi. Come per ogni bella musica MacManus non si limita all’aspetto esteriore e tecnico, ma alimenta il proprio suonare di passione, colore, carne, tanto da farlo assomigliare a quello di un chitarrista di blues per come interpreta, raggiunge e articola le note che sono aggirate e devastate dal suo impeto e dal suo tocco che si fa forte e virile.
La tecnica è come una cattedrale gotica maestosa e imponente che si infrange e si nasconde dietro a una fluidità e a una scorrevolezza uniche: la sua mano destra è capace di un arpeggio tanto duttile quanto solare, come quelle magnifiche terzine che si ostinano ad abbellire la melodia. Non solo, a differenza di tanti suoi colleghi, MacManus si abbandona ad arrangiamenti rotondi e focosi con il plettro in una dimensione particolare, lontana dai fasti del flat picking statunitense. In alcuni brani Tony è accompagnato da un ensemble di musicisti di casa Greentrax tra cui il mirabolante Brian McNeill al violino, come nel brano di apertura Doherty’s Return To Milltown – Tommy Peoples, un vero schianto di suoni che fa sembrare tutti i musicisti trasportati in un castello alle rive di un loch con lontano le brughiere solitarie e misteriose, come in un romanzo di Walter Scott.
Con il secondo brano The Sweetness Of Mary – The Piper’s Bonnet c’è solo Tony con la sua chitarra ma non si sente la mancanza di altri strumenti. Il suono è tondo, pieno e armonioso e la melodia elegiaca e tersa in cui la chitarra diventa una poderosa e solenne cornamusa delle terre alte. E si continua così tra musiche popolari e cadenzate o piene di tristezza, alternate tra soli ed ensemble finché si tocca il vero capolavoro dell’album. Jackie Coleman’s – The Milliner’s Daughter – Rakish Paddy – Connor Dunn’s è un larga fantasmagorica cavalcata chitarristica tra antichi reel e la chitarra si trasforma in una danza senza fine.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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