Tony Joe White: “Bad Mouthin'” (2018) – di Trex Willer

Nashville, 24 ottobre 2018, a nemmeno un mese dall’uscita del nuovo album di Tony Joe, un assoluto gioiello blues-swamp, arriva come un fulmine a ciel sereno la notizia della sua morte per cause naturali: un triste commiato per un Artista che dietro di sé lascia molti rimpianti, in un mondo che non ha mai sufficientemente celebrato le sue immense qualità di cantautore… ma lasciamo da parte la tristezza e poniamo l’accento sui sorrisi e sulle emozioni che ci regala questo splendido disco: una autentica celebrazione della musica che lo ha ispirato in gioventù. Il blues che oltre 50 anni fa gli ha fatto creare cinque dei dodici pezzi del disco, viene interpretato in modo molto personale: come immerso nelle acque paludose della sua terra, cesellato dal suo inconfondibile stile chitarristico e con un accento vocale da Re della Swamp Music, White ci regala un album di assoluto valore. La title track è autografa e ci rende un artista vero, uno che ha sempre avuto uno stile proprio ma che si trova a suo agio in un blues d’altri tempi, asciutto e diretto, con la voce che racconta come sussurrandoci nelle orecchie seduti sulla veranda di casa: un gioiello vero con i ricami perfetti dell’armonica… se non sapessimo che è stata composta più di cinquanta anni fa, sembrerebbe creata per l’occasione. La produzione del figlio di White non è invasiva e tocca l’essenziale, senza aggiungere fronzoli: basta ascoltare la cover dei Them, quella Baby Please Don’t Go rifatta da non si sa più quanti artisti nel corso degli anni, qui presente in una versione davvero inedita. Un blues acustico basato su chitarra e armonica che davvero mette i brividi. Altra cover e altro gioiello è Boom Boom, celebre brano del mitico John Lee Hooker, che nella versione di Tony Joe è sì elettrica, ma molto cupa e “raccontata”: un blues che si trascina lento ed emozionante come gli esordi di Hooker… essenziale e vera. Le canzoni andrebbero davvero citate tutte: blues di quello vero, acustico asciutto ma con quel retrogusto umidiccio che ha sempre caratterizzato le composizioni swamp del buon Tony Joe White, un musicista che ha avuto una carriera molto simile a quella di un altro artista immenso e sottovalutato scomparso purtroppo anche lui troppo presto: J.J. Cale. “Bad Mouthin'” non è un disco movimentato, una virata verso il blues roccioso come quella appena effettuata da Billy Gibbons: è un album che va assaporato e gustato con calma. Un disco emozionante, che dopo la tragica scomparsa del suo Autore, assume un’importanza fondamentale. Un ultimo lascito, un testamento a cui è doveroso rendere merito. Ascoltate l’intensità di Rich Woman Blues, di una semplicità disarmante ma dotato di un tocco così originale che solo un musicista di classe superiore poteva dare. Chapeau! L’unica leggera accelerata il “cowboy della palude” la prende con la cover di uno dei padri del Delta (Charley Patton) e con la sua Down The Dirt Road Blues… ma è una virata alla sua maniera, un raggio di luce fra le bayou della Louisiana, che dura lo spazio di pochi minuti. Il disco si chiude come un cerchio perfetto con un omaggio acustico al Re del Rock and Roll: Elvis Presley (che aveva rielaborato con successo una canzone di White, la celeberrima Polk Salad Annie) viene celebrato e citato con una versione swamp, acustica e cupa, di Heartbreak Hotel. La canzone è quasi irriconoscibile ma del resto, chi può uscire da una palude della Louisiana senza portare con se l’umidità e il mistero di questa terra? Grazie per quest’ultimo gioiello Tony Joe, grazie di tutto e buon viaggio.

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