Tomàs “El Trinche” Carlovich: il mito di Rosario – di Claudio Trezzani

Esiste in Argentina una città che più di altre è la patria del fùtebol che vive della acerrima rivalità fra le sue due squadre più importanti… Rosario, a nord di Buenos Aires, appoggiata sulle rive del Paranà, è uno dei porti più importanti del Paese ed anche il luogo dove nacque la bandiera argentina (per questo chiamata la Cuna de la Bandera (Culla della Bandiera). Una città che ha dato i natali a personaggi storici di rilievo: Ernesto Guevara, Lucio Fontana, Roberto Fontanarrosa per citarne qualcuno ma, soprattutto, ad alcuni dei più grandi calciatori argentini: Lionel Messi su tutti ma anche il leggendario allenatore Marcelo “El Loco” Bielsa, Julio Libonatti leggenda del Torino degli anni 30, Angel Di Maria e Mauro Icardi. Insomma, una fucina quasi inesauribile di talenti, che le due squadre rivali si sono spartiti per anni… il Rosario Central (le Canaglie) e il Newell’s Old Boys (i Lebbrosi). Una rivalità acerrima, che vive di racconti leggendari, storie tramandate dagli anziani nei bar dove si parla, si vive di calcio e si “todo el dia”. Quartieri interi caratterizzati dall’appartenenza all’una o all’altra squadra. In realtà esistono in Città anche altre squadre minori, come il Central Cordoba de Rosario che divenne protagonista della storia calcistica argentina proprio perché minore e permise al personaggio della nostra storia di liberare il suo immenso talento e di diventare il soggetto di alcune delle più belle storie narrate nei bar di Rosario. Tomàs Felipe Carlovich, conosciuto da tutti come El Trinche”… uno strano nomignolo (immancabili i soprannomi nella tradizione dei paesi di lingua spagnola) che più o meno ricorda l’arte del cesello o dell’intaglio, nacque a Rosario nel 1949, ultimo di sette fratelli e di padre croato. Come tutti i bimbi argentini pare sia nato con la pelota ai piedi… il suo unico giocattolo nelle strade polverose del barrìo che, allora, era fatto di pezze. Crescendo Tomàs diventa subito uno di quelli rispettati per strada, uno di quelli che tutti vogliono nella propria squadra. Con il pallone fa quel che vuole raccontano. Figlio della Nuestra (come gli argentini chiamavano il loro calcio, fatto di Trucos de futbol come la Ruleta rabona… spettacolo puro), Tomàs cesella lanci perfetti da 60 metri… dribbling e punizioni che si infilano in rete con angoli impossibili… ma con un’umiltà e combattività propria di chi viene dalla strada. Non sappiamo come mai arrivò così tardi al professionismo: la sua prima vera squadra fu il Rosario Central nel 1969, quando aveva ormai vent’anni e con solo due presenze documentate… probabilmente per lo stesso motivo che gli fece perdere un giorno la Nazionale: allergia al professionismo. La sua carriera è in pratica quasi sconosciuta ai più, pochissimi i registri o almanacchi che lo citano… ma la sua leggenda e le sue giocate rimangono nei racconti degli anziani, di chi c’era e lo ha visto quando finalmente trovò la sua dimensione nel Central Cordoba, dove poteva giocare come voleva, per divertirsi e divertire il pubblico. Non era un leader Tomàs, un trascinatore di quelli come Diego Maradona, uno nato per vincere, ma fu un impareggiabile mago intrattenitore, di quelli che vivificano i miti della strada. Proprio El Pibe, quando andò a giocare a Rosario nel Newell’s per sole cinque indimenticabili partite nel 1993, mentre elogiava l’aria pregna di calcio che si respirava nelle strade, fece esplodere la curiosità di tutti per quel dinoccolato mito che aleggiava nelle leggende metropolitane:come ci si sente ad essere il più grande nella Città del calcio?”gli chiese un periodista… e Maradona rispose: “Non sono io il più grande, quello è El Trinche Carlovich”Raccontano del suo odio per la sveglia al mattino presto, per gli allenamenti fisici che erano diventati obbligatori nell’Argentina degli anni 70. Proprio nella piccola squadra del Central Cordoba aveva trovato quello che cercava: un pubblico che voleva essere intrattenuto, senza obblighi di vittorie o risultati. Eleganza allo stato puro, alto, quasi sformato per i parametri del calcio ma con quella postura zurda (tiro mancino) che dipingeva traiettorie e lasciava gli avversari storditi… quei dribbling che venivano salutati con urla di stupore dagli spettatori che pagavano per vedere il suo ormai mitico doppio tunnel. Una magia che Tomàs ripeteva all’ossessione con gli sfortunati difensori che lo affrontavano, prima di interno piede e poi con l’esterno… dopo aver atteso il loro rientro su di lui, più e più volte. Notti magiche nel vecchio stadio dove, appeso fuori vicino alla biglietteria c’era un cartello che avvisava il pubblico quando Tomàs giocava (Esta Noche Juega El Trinche”): il che significava che si doveva pagare un extra per esserci… e la gente voleva esserci, come il Maestro Marcelo Bielsa (l’allenatore che portò il titolo di campeòn nacional al Newell’s nel 1990) che non si perdeva nemmeno una delle esibizioni di El Trinche”. Narrano, con occhi sognanti e parole piene di entusiasmo ingigantite ad ogni respiro, che le tifoserie avversarie, quando c’era Lui, tifavano per El Trinche”. Una notte Tomàs venne espulso a metà del primo tempo… ma i tifosi protestarono a tal punto che l’arbitro si rimangiò la decisione e decise di lasciarlo in campo. Storie incredibili, confermate solo dai testimoni oculari e da rare cronache giornalistiche d’archivio. Nella nostra epoca, in cui ormai filmiamo e fotografiamo anche il cibo che mangiamo o quando andiamo in bagno, tramandare al popolo del calcio certe storie non è difficile… ma di sicuro meno affascinante, tanto da rovinare il mito. La storia più incredibile su Tomàs però ha contato molti testimoni ed è quella che riguarda l’amichevole che la Nazionale argentina disputò contro una selezione della città di Rosario il 17 aprile del 1974, in preparazione dei mondiali tedeschi di quell’anno. Si racconta che Rosario era in fermento: finalmente tutti gli argentini avrebbero visto il suo diamante più luminoso… infatti scelsero cinque giocatori del Rosario Central e cinque del Newell’s Old Boys ma, sull’undicesimo giocatore da scegliere, nessuno ebbe il minimo dubbio… El Trinche” Carlovich. Giocò quella partita nel suo ruolo naturale, volante (se avete mai visto giocare il grande Fernando Redondo capirete di cosa si parla). Tomàs era un giocatore che voleva far nascere il gioco della squadra nei suoi piedi e nelle sue giocate magiche, ma anche interrompendo le azioni con tackle alla sudamericana e una cattiveria propria del barrìoEl Trinche” giocò un primo tempo incredibile… lanci, dribbling e, dicono, ridicolizzò i nazionali di Vladislav Cap coi suoi tunnel ripetuti all’infinito. Uscite a testa alta e palla al piede come fosse la cosa più facile del mondo in mezzo a giocatori che si sarebbero confrontati coi migliori del mondo da lì a due mesi. Pazzesco. Il suo modo di giocare mandò così in bambola la nazionale che, dopo il primo tempo sul 3-0 per la Selezione Rosarina, il CT argentino pregò il suo collega di sostituire Tomàs per non demoralizzare la sua squadra… così fu, anche se la partita finì comunque 3-1. A Rosario  ancora oggi ricordano quel match con un pizzico di rammarico e sono certi sarebbe finita in una debacle epocale per l’Argentina di Cap. Dopo quell’incredibile prestazione tutti a Rosario pensarono che Tomàs sarebbe stato convocato, ma di quella selezione locale Cap convocò Mario Kempes e Aldo Poy non El Trinche”. Dicono che fosse arrivata all’orecchio del CT la sua allergia alla fatica negli allenamenti e al professionismo, alcuni sostengono invece che Tomàs declinò l’invito… di certo il più grande calciatore rosarino tornò nella fitta nebbia del mito. Per Lui Arrivarono offerte anche importanti mai accettate, perché lontane da casa. Narrano che il nuovo CT della Celeste, l’altrettanto leggendario César Luis Menotti, lo chiamò per un provino al quale rispose ma a Buenos Aires non arrivò mai, perché sulla strada preferì fermarsi a pescare sul fiume. Giocò ancora per la sua Central Cordoba e la gente andava allo stadio Gabino Sosa” solo per vedere lui e poi al bar per sentire le sue storie. Il professionismo non lo attirò mai nella sua rete: un peccato forse ma, a vederlo oggi allenare la piccola squadra locale, felice fra i ragazzi che lo idolatrano, o seduto al bar assieme agli amici di una vita a ridere e scherzare, si capisce il perché Tomàs “El Trinche” Carlovich poteva essere il più grande giocatore argentino ma scelse di non diventarlo mai e di vivere come voleva: povero magari ma sereno e felice. Non esistono biografie di Tomàs in italiano purtroppo ma se conoscete lo spagnolo vi consigliamo un bellissimo libro scritto dal giornalista argentino Daniel Console: “El Trinche Carlovich – El Septimo Era Duende”, che mi ha dato l’ispirazione per documentare questa storia e che ringrazio… così come il lavoro di due giornalisti/scrittori sportivi italiani: Federico Buffa e Carlo Pizzigoni. Il primo per la sua splendida storia trasmessa recentemente da Sky Sport: “Rosario – La Città del calcio” e il secondo per il suo  libro: “Locos Por El Futbol”, fatto di storie di calcio sudamericano.
“La verità è che non avevo altra ambizione che quella di giocare a calcio. E soprattutto, non lontano dal mio quartiere, dalla mia vecchia casa dove vado quasi ogni sera, per stare con Vasco Artola uno dei miei migliori amici.” (Tomàs Felipe Carlovich detto “El Trinche”).
Quando il calcio era solo divertimento si stava meglio, più poveri fuori forse ma più ricchi dentro.

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