Tom Waits: “Swordfishtrombones” (1983) – di Benedetta Servilii

(…) Non c’è niente di male nel chiedere.
Sei un bravo DJ, Zack, devi solo imparare a leccare il culo.”
Io non lecco proprio niente!”
Uno scambio essenziale tratto da una delle prime scene di Daunbailò (Down by Law), film del 1986 scritto e diretto da Jim Jarmusch dove Tom Waits interpreta Zack, un DJ squattrinato che, dopo aver lasciato la ragazza Laurette che prova a convincerlo a scendere a compromessi con l’ambiente lavorativo, si ritrova incastrato per l’omicidio di un uomo. In carcere incontrerà persino Roberto Benigni, ma questa – lo sappiamo – è un’altra storia. Eppure quando penso a Tom Waits penso a quanto gli appartenga quel “Io non lecco proprio niente!”, per la sua capacità di cambiare rotta e rimanere sempre e comunque fedele a sé stesso, senza patteggiare con un mondo discografico che l’avrebbe voluto diverso o, al contrario, sempre uguale.
Swordfishtrombones” (1983), ottavo album di una voce inconfondibile, si impone come punto di rottura nel percorso artistico di un Tom Waits che abbandona le atmosfere jazz e fumose e si dedica all’esplorazione di diverse dimensioni sonore, perfettamente amalgamate con disarmonie e asimmetrie ritmiche come in un processo alchemico. Qui c’è tutto. Tutto quello che Tom Waits è e rappresenta per la storia della musica. Non c’è niente di più affascinante del contrasto tra i protagonisti dei suoi testi, i suoi Rain Dogs, anime erranti che non hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare, e le sonorità sempre mutevoli che si adattano perfettamente a quelle storie ma che non rimandano assolutamente a destini ineluttabili. Anzi. Ci sono cose impossibili da descrivere e raccontare e, soprattutto, dalle quali non si torna più indietro. “Swordfishtrombones” è una di queste quindi non dirò null’altro, se non l’effetto.
Quando l’ho ascoltato per la prima volta in vinile ho provato una sensazione che può benissimo oscillare tra la Sindrome di Stendhal e un orgasmo. Estraneazione dal corpo, dal tempo e da qualsiasi altra circostanza. Eppure lo avevo ascoltato tante altre volte, ma l’effetto non era stato questo. Mi sono versata del vino rosso per placare i sintomi o, semplicemente, perché questi sono i momenti in cui non va fatto altro che questo. Ho pensato a chi mi aveva consigliato di avere questo disco tra i miei vinili e ho avuto la certezza, per l’ennesima volta, che chi ti vuole bene sa ancor prima di te quello di cui hai bisogno. Tom Waits è Tom Waits, non può esser definito in altro modo, “Swordfishtrombones” ne è la prova ed è probabilmente da lì che ha davvero lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo del panorama musicale e di tutti noi, amanti della “Parte sbagliata della strada”. Di Waits non ci sono autobiografie e biografie ufficiali, solo pochi libri che riportano prospettive diverse sul suo percorso artistico e stralci di interviste. Non ha mai ceduto al cliché del divismo, come racconta in un libro di Barney Hoskyns: “Non puoi preoccuparti troppo di quello che la gente dice di te. Sei nel bel mezzo di un viaggio di crescita e scoperta personale. Ecco perché non è sempre un bene trovarsi dove la gente crede che tu sia, soprattutto se anche tu lo sostieni. Cosa abbastanza facile, perché così non devi scoprire chi sei, basta che chiedi a qualcun altro”.
Ecco, se ancora non conoscete Tom Waits o se avete bisogno di bellezza e di ricominciare, partite da qui. “Swordfishtrombones” ha le risposte a tutte le vostre domande, anche a quelle che non vi siete ancora posti, semplicemente perché siete ancora dall’altro lato della strada.

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