Tom Waits: “Rain Dogs” (1985) – di Nicholas Patrono

Attenzione: se siete sobri, passate ad un altro articolo. Cantante, compositore, musicista polistrumentista, attore… Thomas Alan Waits è molte cose, di certo non un uomo qualsiasi, universalmente riconosciuto come una delle icone più scintillanti della cultura – non solo musicale – del secolo scorso e di certa contemporaneità resistente. Tom Waits è la follia dell’estro, il genio di un musicista capace di attraversare le epoche e di lasciare più volte il segno. In attività dal 1973, ben quarantasei anni di carriera ad oggi. Capace di esplorare svariati generi, al confine tra Rock, Jazz, Blues e Sperimentale. È il 30 settembre del 1985, dopo dodici anni di attività arriva “Rain Dogs”, decima fatica discografica – ottava in studio – del genio folle di Pomona, premiato come miglior disco di quell’anno dalla rivista New Musical Express. Disco impreziosito dalla versatilità di Tom Watis, voce in diciassette delle diciannove tracce, e poi chitarra, organo, pianoforte, harmonium e banjo.
Collaborazioni con un numero impressionante di musicisti. Da Keith Richards dei Rolling Stones a Tony Garnier (bassista che accompagnava Bob Dylan) fino a Tony Levin (bassista di Peter Gabriel e dei King Crimson). E tanti altri: jazzisti, bluesman, musicisti di una volta, di quelli che si sporcavano le mani con gli strumenti, che rifiutavano l’elettronica e registravano su nastro. Un’atmosfera vintage dal primo momento registrato, benché questo disco non sia poi così datato. Un’atmosfera scostata da buona parte di ciò che gli anni 80 hanno dato alla musica Pop e Dance, lontano dai fenomeni di massa come il Glam Rock e l’Hair Metal dei nascenti Bon Jovi, ad esempio. Qui c’è profumo di pioggia, il fumo sul palco di un jazz-bar, il sapore di un whiskey sorseggiato. Questo ci racconta Tom Waits. La voce roca dell’artista apre i primi secondi del primo brano, Singapore, scandita da uno scivoloso tappeto di basso e fiati.
Ci si cala poi in un’atmosfera onirica, quasi da fumeria cinese, con la sinistra Clap Hands. Più contenuta nel ritmo, non per questo più ostica. Fuori piove, fumo e vapore si alzano sull’ascoltatore. “Clap Hands. Clap Hands”, ripete Tom Waits, tra un bizzarro intermezzo di chitarra e una discesa nell’oblio. Concluso l’effetto oppiaceo del brano, la bizzarra Cemetery Polka ci trascina tra discese di organo scandite a ritmo di marcia da un tamburo da parata, tra melodie che ricordano le allucinazioni di un ubriaco e fiati rigonfi. Titolo evocativo quello del seguente Jockey Full of Bourbon, brano da gustare con un buon bicchiere del liquore di cui sopra. Scelto come primo singolo del disco, il pezzo scorre come un mambo oscuro tra conga e sax basso, colorato dalla voce quasi sussurrata di Tom Waits. L’artista sperimenta a piacere sul Jazz-Blues di Tango Till They’re Sore. Lo si immagina semisdraiato sul pianoforte, unqa sigaretta mezza masticata che penzola da un labbro, un cappello di feltro calato in testa. Una colonna sonora degna di un film Noir d’altri tempi. L’ultima nube di fumo si dissolve e si passa a Big Black Mariah.
Corde vocali spesse così, arrochite da fumo e interpretazione, ritmo terzinato e incalzante su note pizzicate di basso e chitarra… e il pezzo è servito. Diamonds & Gold prosegue sulla scia, screziato di marimba e banjo. Una riflessione su cosa fanno, o farebbero, gli uomini per l’oro e i diamanti: scalano montagne, ma sprofondano nel burrone. Ai confini del Folk la successiva Hang Down Your Head, più melodica, meno rude. Addolcita da harmonium e chitarre acustiche, evoca un viaggio in macchina per una polverosa strada di campagna. Brano struggente, che non sfigurerebbe in un album di Johnny Cash. Si prosegue il viaggio su strade simili con Time, malinconica, scandita da chitarre acustiche, fisarmonica. Melodie vocali più dolci e contenute accompagnano lungo questo triste brano. La fisarmonica, un collegamento con il pezzo successivo, la title-track Rain Dogs. Si torna su ritmi più sostenuti. Accompagnati da marimba, fisarmonica e trombone, si scende ancora insieme a Tom nella cantina di qualche bar – immortalato dagli scatti di Anders Petersen raccolti in “Cafe Lehmitz” come quello di copertina) a bere e fumare e cantare stonati fino all’alba.
Un minuto di intermezzo strumentale, Midtown, dove i fiati sperimentano a piacere sul basso suonato con sapienza da Larry Taylor. Si passa a 9th & Hennepin, un parlato accompagnato da clarinetto sulle incursioni di un contrabbasso pizzicato, traccia che fa dello sperimentale il suo punto di forza. Si torna a visitare bar notturni e viaggiare senza meta per le strade a passo d’ubriaco con Gun Street Girl. Pezzo più lungo del disco, oltre quattro minuti e mezzo, scandito solo da contrabbasso, banjo e percussioni. Brano che fa di un azzeccatissimo refrain il suo punto di forza, quattro minuti che scorrono piacevoli come mai fino ad ora. Da cantare seduti ad un bar, strimpellando su un pianoforte arrugginito, ascoltando il rumore della pioggia fuori. “John, John, he’s long gone”. Ultimo quarto del disco, quattordicesimo pezzo, Union Square. Fracassone, agitato da fiati, colorato delle giuste sfumature di Blues e contaminato di Rock & Roll, di quello sporco e improvvisato.
E poi ci si strugge ancora con Blind Love, toccante ballata. Il richiamo di un innamorato distrutto si destreggia, accompagnato da un violino su una base acustica. Deciso il cambio di atmosfera con Walking Spanish, che torna su terreni più Jazzy con il suo sax contralto. Poi Downtown Train, altro brano costruito su elementi malinconici, tra sigarette consumate in fretta. Il pezzo viene omaggiato da Patty Smith con una cover lo stesso anno. Un ultimo intermezzo strumentale tra Jazz e Blues, Bride of Rain Dog. Un minuto di gustosi fiati, poi i postumi colpiscono duro con Anywhere I Lay My Head. Sdraiati con la testa sul tavolo, sfatti, ci lasciamo andare alla conclusione di questo viaggio notturno. Cullati da organo e fiati, chiudiamo gli occhi. C’è pace e silenzio. “Rain Dogs”, un tuffo nelle atmosfere quasi Noir di bar dalle mura scolorite, raggiunge il 53esimo ed ultimo minuto. Con la gola arrochita e la testa che duole, come se avessimo accompagnato Tom Waits in scorribande notturne fatte di alcool e tabacco, ci rialziamo. Genio ed estro, malessere, malinconia sporcata d’alcool, musica sperimentale tra Rock & Roll, Jazz, Blues e altro ancora. Questo è Tom Waits al suo apice, prendere o lasciare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.