Tom Waits: “Bone Machine” (1992) – di Benedetta Servilii

Giorgio B., 42 anni, viveva in un appartamento vista Colosseo, aveva una laurea in Ingegneria Edile, un gatto di nome Sentenza, frutto di una predilezione per i cattivi di Sergio Leone, una macchina a due posti dal meccanico e una vita incasinata. Nonostante questo, trovava sempre il tempo di vedere Franco M., rigorosamente il venerdì pomeriggio alle 19.00, alla fine delle solite settimane infernali e prima dell’aperitivo distensivo. Franco M. aveva 45 anni ma ne dimostrava molti meno, viveva in un bilocale vista spoglio cortile interno, faceva quotidianamente una decina di chilometri per arrivare a lavoro e almeno un paio di corsa la sera, prima di cena. Con lui, Giorgio B. si sentiva finalmente se stesso, gli raccontava pensieri e confuse emozioni senza il timore di non essere creduto, con lui condivideva una passione romantica per le donne (ne era convinto… anche se Franco M. non gliel’aveva mai confessato) e per la musica. Franco M. aveva deciso che fosse lui la persona giusta per l’ultimo appuntamento della settimana, con lui si divertiva e riusciva a toccare delle corde che, a volte, gli risuonavano dentro per l’intero week end. Adorava l’ultima ora del venerdì soprattutto perché, dopo giornate infinite, con Giorgio B. si sentiva libero di uscire dagli schemi e dal ruolo di impenetrabile analista che spesso era costretto a giocare. “Che ci mettiamo su oggi, Doc?”, chiese Giorgio B. sprofondando nella sua poltrona. Franco M. si tirò su le maniche della camicia e si avvicinò allo scaffale dei vinili, ne estrasse uno con movimento sicuro e lo sguardo compiaciuto di chi sa che farà centro: “Oggi roba seria, mio caro… perché sento che ne abbiamo bisogno entrambi. Iniziamo?” La voce graffiante di Tom Waits riempì la stanza e Giorgio B. si immerse immediatamente nei suoi pensieri, accorgendosi che sì, il suo analista, stavolta, aveva fatto davvero la scelta giusta. “Bone Machine” era il suo album preferito: il trionfo di una voce inconfondibile ma mai prevedibile e un armonico equilibrio di sonorità in cui confluiscono jazz, blues, swing, gospel e chissà quant’altro. Descriveva perfettamente il caos dei suoi giorni, il ritmo frenetico delle sue ossessioni, la quiete dopo le tempeste e le curve dei suoi umori, senza che questi lo spaventassero. Lo sapeva bene anche Franco M. Per lui “Zio Tom” era diventato uno di famiglia, un confessore, un risolutore, di cui riusciva a sentire la mano sulla spalla. Era fermamente convinto che la sua voce eludesse il controllo razionale, incoraggiasse consapevolezze inevitabili e aprisse varchi per arrivare direttamente nel profondo… avrebbe potuto raccontarlo la sua pancia. Ma come si può descrivere un’emozione viscerale? Con “Bone Machine”, Tom Waits ci era riuscito con sedici tracce ed è per questo che lo aveva scelto per lui. Giorgio B. si svegliò dalle sue elucubrazioni musicali con il ritmo incalzante di Earth Died Screaming e non riuscì più a trovare un filtro ai suoi pensieri. “L’ho seguita anche oggi, Doc… non ho resistito. L’ha voluto lei”. Franco B. non aveva dubbi che sarebbe successo di nuovo, per cui non si stupì, preferendo capire quale misterioso segnale stavolta la ragazza aveva inviato al suo paziente per farsi seguire fin sotto casa. Giorgio B. aveva incontrato Barbara al bar vicino il suo studio dove ormai non riusciva più a lavorare, non le aveva mai parlato ma sapeva con sicurezza che la ragazza aveva una cotta per lui. Non c’erano dubbi su questo, solo i chiari segnali di una timida infatuazione che non trovava le parole per esprimersi. Barbara era una ragazza riservata, semplice ed elegante, probabilmente non ne aveva il coraggio, perciò utilizzava piccoli gesti per dichiararsi: ordinava sempre un caffè macchiato proprio come lui, gli sorrideva quando lo trovava fermo al bancone, indossava sempre scarpe basse, evidentemente si era informata sul fatto che lui non amava i tacchi, spesso temporeggiava nella lettura del giornale. Oggi lo aveva lasciato aperto a pagina 7 ed era andata via … “Sette, Doc, s-e-t-t-e… e che numero è la G nell’alfabeto? SETTE!!!”, non poteva essere di certo una casualità. La questione durava da circa due mesi e di segnali ne aveva accumulati abbastanza per sentirsi totalmente innamorato di lei e ossessionato nella ricerca di situazioni che potessero aiutarla nel dichiararsi. La seguiva per questo, doveva esserci sempre… “Ain’t nothin’ in my heart but fire for you, all stripped down with my rainy hammer and a heart that’s true I want all stripped…. Per Franco M. era stato molto più semplice insinuare in Giorgio B. un ragionevole dubbio quando la protagonista della sua ossessione erotomane era una nota giornalista che gli lasciava messaggi d’amore tra le righe dei suoi articoli. Stavolta si sentiva completamente inadeguato e inefficace… o forse si sentiva semplicemente come lui, innamorato e ossessionato What does it matter, a dream of love or a dream of lies, we’re gonna be the same place”. Dopo ritmi incalzanti, la dolcezza di Who you are diede un pugno al suo stomaco e congelò momentaneamente il tempo: Franco M. pensò a Martina, erano diventati inseparabili da quando il marito l’aveva lasciata, credeva fosse un buon amico, fin quando si era accorto che le sue giornate scorrevano in funzione di lei: un appuntamento in meno ogni giorno per riuscire a raggiungerla all’uscita dal lavoro, nottate a leggere libri che lei aveva letto e a vedere film che aveva visto senza riuscire a capire se gli piacessero davvero… perché poco importava, poteva condividerli con lei. Inutili le serate senza: era necessario trovare sempre eventi e occasioni che giustificassero un candido “Che ne dici di andare…?”, senza troppo esporsi.  Nulla riusciva a distrarlo e questo iniziava ad essere un problema, poiché a lavoro i suoi pensieri occupavano lo spazio dei suoi pazienti. “Zio Tom” lo richiamò all’ordine alzando i toni con Goin’ out  west e, con l’immagine di Tyler Durden che entrava nel Fight Club, Franco M. ricordò che quello era il tempo per il combattimento di Giorgio B. e non il suo. “… però, Doc, stanotte credo di aver fatto un pensiero sano. Lo so che ho delle percezioni strane sulle donne, ma se stavolta fosse diverso? Se le mie ossessioni fossero semplici abitudini in cui mi rifugio per allontanarmi dalle paure? Se fossi davvero innamorato di Barbara e avessi solo la paura fottuta di dirglielo? Se non lo faccio, in fondo, non corro il rischio di perderla, eh?”. Franco M. aveva l’impressione di prendere pugni in faccia da chiunque: da Waits che aleggiava nella stanza ripetendo come un mantra “I don’t wanna grow up”  e da un paziente che aveva tutta l’aria del vecchio saggio, di fronte al quale si sentiva completamente stupido. Scosse la testa per cercare di rientrare nel suo ruolo, missione fallita. Guardò Giorgio B. che era rimasto in attesa di risposte, con la speranza che non fosse un altro dei suoi deliri e provò a dire qualcosa di sensato: “Credo che tu sia sulla strada giusta… è un’ottima intuizione, cosa pensi di farne?”. Il viso di Giorgio B. si illuminò con un sorriso soddisfatto: per una volta rimuginare aveva portato a qualcosa di positivo, era finalmente convinto che fosse ora di provare a rompere gli schemi per non tornare più nei soliti circoli viziati. Ho deciso che le parlerò, domani… magari mi accorgerò di non averla sognata”. Altro pugno allo stomaco. Franco M. si rese conto di essere più simile al suo paziente di quanto credesse: erano sulla stessa barca, due sognatori romantici bloccati nel fuso orario sbagliato. Nell’aria la voce calda di Tom Waits, con l’aiuto della chitarra e della voce di Keith Richards, riportò  entrambi ad un’unica realtà… And there’s one thing you can’t lose and it’s that feel, it’s that feel…”. e li lasciò così, convinti di poter cambiare. Franco M. accompagnò Giorgio B. alla porta, ringraziandolo anche se non poteva comprendere il perché. Prese il telefono e compose il numero: “Hei Marty, hai due minuti?… Niente…  Ti amo… E se non mi viene un infarto ora che te l’ho detto, vuol dire che sono immortale”, tentò di alleggerire la tensione. Dall’altro capo del telefono Martina rimase in silenzio… i secondi più lunghi della vita di un uomo che aveva pensato di poter avere sempre tutto sotto controllo. Percepì un sorriso, mentre era già pronto alla lunga serie di automaledizioni per aver ceduto all’istinto. “Non aspettavo altro che me lo dicessi, stupido… Vieni a prendermi alla solita ora”. Franco M. cercò di rintracciare nella sua memoria un’emozione così forte e pensò di non averla mai provata. Prese il vinile di “Bone Machine” e ringraziò anche “Zio Tom”, rimise su That feel e sprofondò, esausto, sulla poltrona. “Cazzo!”, esclamò… non era mai stato così felice.

Illustrazioni causemepain © tutti i diritti riservati 
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Un pensiero riguardo “Tom Waits: “Bone Machine” (1992) – di Benedetta Servilii

  • luglio 21, 2018 in 7:33 am
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    Questo è uno dei dischi più importanti di Tom Waits, è della storia della musica in generale. Qui Tom riesce ad entrare nel magico mondo del rumorismo sonoro stirando la melodia senza farla rompere. Un capolavoro che fa tremare come foglie, per la sua infinita bellezza.

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