Tom Hooper: “Il discorso del re” (2010) – di Dario Lopez

Pioggia di nomination da concorsi sparsi in tutto il globo, dagli Oscar ai Golden Globe, dai BAFTA fino ad arrivare a una serie di riconoscimenti festivalieri internazionali come Toronto o i British Awards e conseguente razzia di statuette e vittorie ovunque che sembrano far pensare che nell’anno di grazia duemiladieci non sia davvero uscito un film migliore di questo. Tutto ciò mi sembra implausibile. Certo, se guardiamo alla forma, “Il discorso del re” (The King’s speech) è un film molto riuscito, la regia è diligente (ma migliore di quella di Nolan per “Inception” tanto per dirne una?), i due attori protagonisti sono davvero molto bravi e Geoffrey Rush fu uno dei pochi a tornare a casa senza l’Oscar in mano, lui che forse l’avrebbe meritato più di tutti. La sceneggiatura è solida e ci narra un episodio della vita della famiglia reale inglese poco noto al pubblico. Detto questo non credo mi verrà mai la voglia di rivedere questo film una seconda volta. Ora non vorrei sembrare troppo severo, il film non mi è dispiaciuto, Colin Firth porta in scena un ottimo Enrico VI che oltre alle preoccupazioni del dover diventare il nuovo re e quella di dover affrontare le follie della Germania nazista, subisce un forte complesso a causa della sua balbuzie e della conseguente incapacità di esprimersi in pubblico… problemino non da poco per uno destinato a divenire il futuro re del Regno Unito. L’interpretazione di Firth, anch’essa premiata con l’Oscar, avrebbe meritato una visione in lingua originale, se potete concedetevela, non fate il mio stesso errore. Di fronte a lui, l’ancor più bravo Geoffrey Rush nei panni del logopedista Lionel Logue, esperto sui generis scovato dalla moglie del re (quell’Elizabeth Bowes-Lyon (Helena Bonham Carter) madre della futura regina Elisabetta II e della sorella Margareth), al fine di aiutare il marito a superare il suo blocco. La storia è quella di un re, di un uomo se vogliamo, pressato dalle sue responsabilità e chiamato a superare i suoi limiti per il bene di un intero paese, è quella di un’amicizia con l’uomo che ha reso la cosa possibile, costruita poco a poco che si scontra con la differenza di classe e con il rango ma che mette in campo quello che poi, a prescindere da tutto, ogni uomo è capace di dare a un altro. Poi c’è chi dentro ci ha visto anche la sudditanza dei paesi del Commonwealth all’Impero Britannico (Lionel Logue era australiano), interpretazione che personalmente mi sembra un poco forzata. Pur volendo riconoscere al film tutti i suoi meriti, che ci sono, la visione non regala particolari sussulti, ha un buon valore storico (pregio da non sottovalutare) ma non coinvolge mai fino in fondo. È una buona storia in una bella confezione. Certo, questo può bastare, ma con ben trentatré nominations, contando solo le tre manifestazioni più importanti alle quali il film ha partecipato (altrimenti il conto salirebbe a circa duecento), e ben dodici premi vinti, sinceramente ci si aspettava qualcosa di più.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *