Todd Phillips: “Joker” (2019) – di Sabrina Sigon

“Joker” (2019), l’origin story di Todd Phillips per la Warner Bros, con Joaquin Phoenix nel ruolo del protagonista, ha cominciato a far parlare di sé prima ancora di uscire nelle sale… e non poteva essere altrimenti. Leone d’Oro alla 76esima edizione della Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (standing ovation di otto minuti) “Joker” è un film incentrato sull’esplorazione del protagonista.
Arthur Fleck è un uomo che cerca di trovare la sua strada lavorando di giorno come clown e di notte come comico di cabaret. Sebbene, in generale, il perdente nei film sia una figura che può riscuotere successo, specie se viene travolto per strada, picchiato dai teppisti, ripreso sull’autobus da una madre mentre fa ridere il suo bambino e sfottuto da un comico famoso, regista e attore principale sono stati ben attenti a non creare empatia nei confronti di questo Joker dal fisico nervoso ed emaciato, dal corpo che si fa voce narrante della sofferenza di uno spirito; perché non c’è riscattosollievo al suo disagio, ma la crescita di una risposta violenta che lo avvicina sempre di più al male e che culmina in follia irresponsabile e contagiosa. In una Gotham che vorrebbe essere anni 80 ma, a cominciare dalle automobili, ricorda molto di più il decennio precedente, una città in cui le case somigliano a grandi cimiteri dai loculi illuminati, in cui le strade sono preda dei ratti e dell’immondizia, e fra la gente si respira una tensione quasi palpabile, «Sono io, o tutti gli altri stanno impazzendo si chiede Arthur Fleck, mentre racconta i suoi problemi a una psicologa che non si prende nemmeno la briga di ascoltarlo
Patire un forte senso di inferiorità, rifiutare la dimensione sociale in cui si vive, sentirsi vittima di ingiustizie, non saper gestire la frustrazione del rifiuto al punto di arrivare a costruirsi un’esistenza parallela nella propria fantasia. Un film che diventa la cronaca di una caduta annunciata da un caleidoscopio di fattori, da tutta una serie di eventi che si svolgono attorno al personaggio e ne intaccano la già precaria integrità mentale; una dinamica nella quale si potrebbe anche ritrovare un denominatore comune con il fenomeno della tanto temuta “radicalizzazione”, processo al centro di molti studi nel quale il tempo svolge una funzione importante. Un film che mostra il male aprire una nuova porta tutti i giorni, verso una crescente giustificazione e accettazione della propria ombra, perché: «La mia risata è un urlo di dolore» dice Joaquin Phoenix. In “Joker” il male ha, appunto, una risata, un volto e un corpo capaci di ritrovare il loro stato di grazia solo dopo il compimento di un’azione nefanda; un fisico che si muove a disagio e ritrova la capacità di un movimento armonico solo aumentando il suo potenziale distruttivo, per cui la morte degli altri rappresenta una rinascita: «Ero tanto arrabbiato e ho fatto cose brutte; pensavo che avrei provato rimorso, invece…»
Candidato per tre volte all’Oscar per “Il Gladiatore” (2000), “Quando l’amore brucia l’anima” (2006) e “The Master” (2013), Joaquin Phoenix ha perso ben 24 chili per interpretare questo ruolo nel quale, per la prima volta, ha l’occasione di recitare accanto al suo idolo, Robert De Niro. In “Joker” Phoenix è Attore oltre ogni aspettativa, al punto da catalizzare completamente l’attenzione e la centralità della scena, guadagnandosi un capitolo non secondario nella storia del Cinema. Tanti i grandi attori che hanno interpretato il ruolo di Joker, un clown che diverte, fa le battute, e poi uccide… e ognuno di loro ha saputo rendere questo personaggio in modo diverso: da Jared Leto che, è stato detto, ridesse troppo poco, a Cesar Romero, più comico che cattivo – forse per la sua somiglianza a Salvador Dalì – a Jack Nicholson, un indimenticabile Joker sardonico e accattivante, fino a Heath Ledger, un vero e proprio diavolo che è rimasto impresso nella memoria collettiva per quella che purtroppo è stata l’ultima interpretazione prima della sua tragica e prematura scomparsa. Sebbene il film sia l’occasione per mostrare dinamiche relazionali malate all’interno della società, per far emergere lo scontento della popolazione verso la politica attraverso le denunce di ingiustizie e soprusi, verso la prevaricazione del più forte sul più debole – fino al momento in cui i ruoli si invertono – Joker non viene presentato dal regista come un leader da seguire, bensì come un prodotto malato di queste stesse dinamiche… e le scene conclusive della storia ne sono la dimostrazione.
Alla domanda di un giornalista del Telegraph se questo film potesse finire per ispirare perversamente il pubblico, Joaquin Phoenix si allontana infastidito dalla conferenza stampa. Intervenire al suo posto il regista Todd Phillips: «
I film sono spesso specchio della società, ma non la modellano». La deriva culturale “on web” scatena penose dinamiche come questa che nulla hanno a che fare con l’Arte cinematografica. Nel film sono diversi i riferimentidal film “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin, proiettato in una serata di gala in presenza del candidato sindaco Thomas Wayne – ex datore di lavoro della madre che, a un certo punto, Joker crede essere il suo vero padre – al brano Smile, uno standard il cui testo è stato scritto nel 1954 da John Turner e Geoffrey Parsons, brano composto proprio da Charlie Chaplin nel 1936 come leitmotiv del suo film. Soundtrack Stars Award 2019 per la miglior colonna sonora alla compositrice islandese Hildur Guðnadóttir, il film vanta molti brani famosi, fra cui That’s Life di Dean Kay e Kelly Gordon, Send in the Clowns di Stephen Sondheim in uno dei momenti più tesi della pellicola e, oltre alla già citata Smile, il bellissimo White Room dei Cream, nella sequenza in cui Gotham City è avvolta dalle fiamme; tutti motivi che spiccano perché spesso in contrasto rispetto alle scene che accompagnano
“Joker”, è bene ricordarlo, attinge dal celebre fumetto del 1940 ma, soprattutto, da 
“Batman: The Killing Joke” (1988), scritto da Alan Moore e disegnato da Brian Bolland, in cui emerge tutta l’ambiguità di un personaggio dalle origini tragicomiche, un clown fallito. «Ho dimostrato la mia teoria. Ho provato che non c’è nessuna differenza tra me e gli altri. Basta una brutta giornata per ridurre l’uomo più assennato del pianeta a un pazzo. Ecco tutto ciò che mi separa dal resto del mondo. Solo una brutta giornata!». Il regista Todd Phillips ha comunque dichiarato di non essersi ispirato a un Joker in particolare, ma di aver attinto da diverse fonti, perché quello di Arthur Fleck è un personaggio che permette di lavorare con grande libertà, con cui si può spaziare… dal concetto di anarchia a quello di pazzia, per mezzo di una violenza che cresce di volta in volta: il cammino sospeso di un funambolo fra speranza e disperazione… un Joaquin Phoenix stratosferico. Passato dalla divertente serie di film di “Una notte da Leoni”, Todd Phillips arriva al genere tragico senza passare dal via, sfidando pubblico e critica per la sua ardua scelta: mettere insieme, in 123 minuti, la potenza distruttiva dell’avversario più temibile del “Cavaliere Oscuro”. Un film «Difficile da scrivere, girare e soprattutto far accettare alla Warner», ha dichiarato Todd in un’intervista, aggiungendo: «a loro va riconosciuto il coraggio di aver voluto rischiare». In “Joker” il tempo scorre in un’unica direzione – fatta eccezione per qualche flashback – proprio per raccontare la progressione di un male devastante che, se lasciato agire, rende plausibile ciò che fino a poco prima non lo era… fino a ridicolizzare anche le gesta di un supereroe.

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