Tod Browning: “Freaks” (1932) – di Maurizio Fierro

La grande epopea dei film dell’orrore inizia durante la grande crisi degli anni Trenta. In quel periodo così drammatico della storia americana, gli studios hollywoodiani cercano di esorcizzare il senso di smarrimento incombente evocando mostri che, oltre a procurare un sicuro impatto emotivo, siano in grado di sublimare paure diffuse un po’ ovunque. Dopo il successo del famoso trittico del 1931“Dracula” di Tod Browning per la Metro Goldwyn Mayer, “Frankestein” di James Whale per la Universal e “Dr. Jekyll and Mr. Hyde” di Rouben Mamoulian per la Paramount Irving Thalberg, l’avveduto e potente manager della MGM, mette in cantiere un altro film horror con l’intenzione di rinverdire e superare i successi di “Dracula”. Ne affida ancora la regia al fido Tod Browning, di cui apprezza l’abilità nel cercare in prima persona i soggetti e il materiale da girare. Allo schivo regista di Louisville non par vero di poter rispolverare un progetto rimasto per anni nel cassetto: portare sullo schermo “Spurs”, un racconto di Clarence Robbins apparso sulla rivista “Munsey’s Magazine” nel 1923. Ambientato in un circo francese, il racconto ha stregato Browning, da sempre affascinato dalla magia che avvolge quel mondo di cui ha fatto parte nelle vesti di imbonitore. La produzione della MGM pretende che ne esca qualcosa di veramente terrificante, e ingaggia per l’adattamento cinematografico gli stessi sceneggiatori di “Dracula”, Willis Goldbeck e Elliott Clawson… ma questa volta Tod Browning ha in mente un’altra idea. Il regista, che sembra aver definitivamente superato i problemi di alcolismo, convince gli sceneggiatori a modificare il senso del racconto. Se nel testo originale il personaggio malvagio è un nano che, dopo aver ottenuto un’ingente eredità, sposa una bella cavallerizza, la segrega in un maniero, per poi farsi portare in spalla dalla sventurata dall’alba al tramonto, nella trasposizione Browning pretende che si attui un’inversione di ruolo; il personaggio negativo diventa così la ragazza, una bella trapezista che, in combutta con l’amante, il forzuto Ercole, sposa il nano Hans con l’intenzione di avvelenarlo e sottrargli l’eredità. Browning decide di dare al film il titolo “Freaks” e di avvalersi di uno dei suoi attori feticcio: Harry Earles, protagonista insieme a Priscilla Dean e a Lon Chaney in altri suoi film. Inoltre, con una decisione sorprendente, sceglie di utilizzare i veri fenomeni da baraccone e non attori travestiti, come avviene di consuetudine. Questa scelta solleva i primi malumori all’interno della MGM, che vede i propri studi riempirsi di bizzarre creature. Schlitzie, il piccolo uomo dalla testa a spillo – che svilupperà durante le riprese un attaccamento morboso per il regista – Frances O’Connor, la ragazza senza braccia, Prince Randiam, il torso vivente, Peter Robinson, lo scheletro umano, Olga Roderick, la donna barbuta, Johnny Eck, il mezzo uomo, sono proprio coloro che, nella realtà, vengono presentati come scherzi della natura nel side show, lo spettacolo itinerante allora molto diffuso specie nella profonda provincia americana. È stato Pinheas Taylor Barnum a inventarlo verso la metà dell’Ottocento, e l’ha inizialmente chiamato “Museo delle Cose Impossibili”. Da allora, tutti i principali spettacoli circensi, gran parte dei quali itineranti tramite ferrovia, lo affiancano al circo equestre, e l’esposizione dei freaks, spesso con la formula del “dieci per uno”, dove l’imbonitore invita i clienti ad ammirare dieci meraviglie della natura con lo stesso biglietto che dà accesso al circo,  diventa uno dei simboli della cultura popolare americana, specie in quegli stati in cui è più profonda la tradizione rurale. È un potere potenzialmente sovversivo, quello del grottesco; l’esibizione del “diverso”, gli scherzi della natura mostrati in passerella, sono altrettante provocazioni alle convenzioni sociali dell’epoca. Le riprese del film iniziano nell’ottobre del 1931, e sono contraddistinte dall’affettuoso rapporto che si viene a creare fra Browning e i freaks. Il regista, dal carattere proverbialmente introverso e solitario, agli antipodi dello star system e soggetto a frequenti esaurimenti nervosi, sembra trovare un senso alla propria inespressa richiesta di accoglienza proprio fra i supposti diversi. Gli altri protagonisti della pellicola, i cosiddetti “normali”, vivono invece i giorni delle riprese con crescente imbarazzo, e solo la benevola supervisione di Thalberg permette di mantenere un clima di apparente tranquillità. Si tratta per lo più di attori dimenticati, che subiscono con disagio il passaggio dal muto al sonoro, avvenuto ufficialmente nel 1927 con il film “The Jazz singer”, prodotto dalla stessa MGM. I talkies, come vengono chiamati in gergo i film sonori, rappresentano infatti un vero e proprio spartiacque, una rivoluzione tecnica che non tutti gli artisti sanno accettare; mentre alcuni si adattano alla novità, molti abbandonano le scene o finiscono ai margini del sistema. Tuttavia, Browning si ricorda di Wallace Ford, Leila Hyams, Henry Victor e Olga Baclanova, chiedendo alla produzione di ingaggiarli per interpretare la parte dei “normali”. Le prime scene di “Freaks” rimandano ai reali spettacoli del side show. Il film si apre con un imbonitore che presenta delle mostruosità viventi invitando il pubblico a familiarizzare con loro nella quotidianità della vita circense. Uno di loro, il nano Hans, è fidanzato con Frieda, la nana cavallerizza. Hans, vedendo volteggiare la bella trapezista Cleopatra se ne invaghisce. Quando la trapezista viene a sapere proprio da Frieda che Hans ha ereditato un’ingente somma di denaro, decide, in combutta con il fidanzato, il forzuto Ercole, di farsi sposare dal nano con l’intento di avvelenarlo e impossessarsi dell’eredità. La sequenza più famosa e simbolica del film è quella del banchetto nuziale; i freaks, che hanno organizzato il banchetto per festeggiare le imminenti nozze del loro amico Hans, con una sorta di rito di iniziazione accolgono fra di loro la trapezista Cleopatra. Durante il banchetto intonano il famoso ritornello “gooble gooble, noi ti accettiamo come una di noi”. L’inversione di prospettiva attuata da Browning è palese: il cosiddetto normale viene accolto e accettato da parte di coloro che vengono considerati diversi, ma la generosità dei diversi è contrapposta all’amoralità dei normali, considerato le malvagie intenzioni che animano Cleopatra ed Ercole. L’inquadratura si sofferma su Schlitzie, su Koo Koo, ovvero Elisabeth Green, la donna uccello, su Olga Roderick, su Daisy e Violet, le sorelle siamesi, su Frances O’Connor, su Peter Robinson, lo scheletro umano, e lascia volutamente in secondo piano i “normali”. Quando il nano italiano Angelo Rossitto, nel ruolo cinematografico di Angelano, dopo aver offerto dello champagne a tutti i freaks ne offre una coppa a Cleopatra… la donna, inorridita e disgustata, si alza e lancia lo champagne sul viso di Angelano urlando: “freaks, freaks“, con evidente tono di disprezzo. In quel momento Cleopatra getta la maschera svelando le sue reali intenzioni che diventano chiare a tutti i freaks. E il giorno dopo se ne ha ulteriore conferma quando Hans viene trovato a letto, malato: il nano è stato infatti avvelenato. Davanti all’imbarazzo colpevole di Cleopatra, i freaks non hanno più dubbi e decidono di mettere in pratica il loro codice per il quale “se ne offendi uno, è come se li avessi offesi tutti”. Attuano la loro tremenda vendetta, aggrediscono Cleopatra e pugnalano a morte Ercole. Arriviamo all’ultima scena del film e ritroviamo lo stesso imbonitore presente all’inizio della pellicola; l’uomo mostra una scatola al pubblico all’interno della quale si troverebbe, a suo dire, la più incredibile mostruosità mai esistita. Quando infine ne viene rivelato il contenuto, quella che appare è una donna gallina, una creatura alta poche decine di centimetri, senza braccia né gambe, con delle zampe al posto delle mani e con il petto ricoperto di piume; il suo volto è tumefatto ma riconoscibile: si tratta di Cleopatra. È un finale disturbante, quello di Browning, dai contorni oscuri e sottilmente ambigui. Dobbiamo infatti accettare l’ibrido donna-gallina come reale, oppure lo dobbiamo concepire come volutamente costruito? All’uscita della prima proiezione pubblica avvenuta a San Diego, il film solleva grande indignazione con scene di raccapriccio diffuse, malori e, si racconta, anche un caso di aborto spontaneo. La MGM inizialmente pensa di rinnegare la pellicola, salvo poi optare per un deciso taglio a molte scene. Le stroncature a mezzo stampa sono durissime. Il film viene considerato eversivo e pericoloso, e si sconsiglia agli esercenti di proiettarlo. Molte città come Altanta e Cleveland ne impediscono la circolazione nei circuiti cinematografici. A Washington si registrano le proteste da parte di gruppi di moralizzazione pubblica: dall’Associazione Genitori, a quella degli Insegnanti… fino all’Associazione Nazionale delle Donne. Infine, la MGM decide di ritirare definitivamente il film dai circuiti di distribuzione. La Gran Bretagna lo bandisce fino al 1963. Gli americani devono attendere sedici anni per poterlo rivedere, quando viene distribuito con il titolo di “Nature’s Mistakes”. Il film ha maggior fortuna in Europa, dove è generalmente proiettato agli inizi degli anni Sessanta. Il clamoroso fiasco commerciale (la Metro Goldwin Mayer non riesce a recuperare nemmeno la metà del denaro investito) e l’aura di film maledetto decretano, in pratica, la fine della carriera per Tod Browning. L’ostracismo di Hollywood ne acuisce l’indole solitaria e il regista passa nell’oscurità gli ultimi venticinque anni della sua vita, uscendo poco da casa e dedicando quasi tutto il suo tempo alla lettura e alla visione di vecchi film. Ormai completamente dimenticato, il 6 ottobre 1962, all’età di ottantadue anni, Browning, da poco reduce da una operazione per l’asportazione di un tumore alla laringe, viene trovato morto nel bagno di casa. A dispetto delle intenzioni di Thalberg e della MGM, che pretendevano l’ennesimo film horror, Browning girò una pellicola a suo modo rivoluzionaria, nella quale il sovvertimento dei tradizionali canoni estetici ed etici secondo i quali al bello, al normale, consegue sempre una rassicurante azione virtuosa, produsse un effetto destabilizzante per la morale conservatrice del tempo che, con pregiudizio diffuso, identificava il freak come persona dedita al sotterfugio e al malaffare. Il suo sguardo affettuoso verso il mondo dei cosiddetti scherzi della natura, la rappresentazione della loro umanità in contrasto con l’amoralità dei cosiddetti normali, portò il celebre critico cinematografico Jean Antoine Gili ad affermare: “Freaks, non fu un film dell’orrore, ma un film d’amore.”… ma quel dolente e affettuoso sguardo rivolto a un mondo a parte risultò fatale a Browning. Isolato da tutti, trascorse il resto della sua esistenza in una sorta di cono d’ombra. Simile a quello che, da sempre, ha avvolto i suoi amati freaks.

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Un pensiero riguardo “Tod Browning: “Freaks” (1932) – di Maurizio Fierro

  • aprile 19, 2018 in 2:48 pm
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    Una di noi! Una di noi!
    bellissimo pezzo, equilibrato e dettagliato!

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