Toad The Wet Sprocket: “Dulcinea” (1994) – di Nick Blackswan

A volte, viene da chiedersi come mai gruppi o artisti che negli States vendono milioni di dischi, da noi sono patrimonio esclusivo di pochi onnivori appassionati. Prendete i Toad The Wet Sprocket ad esempio: nella prima metà degli anni 90, la band originaria di Santa Barbara (California) è stata una presenza fissa nelle classifiche americane, aggiudicandosi, anche, un paio di dischi di platino; da noi, il silenzio quasi totale. Se andate a dare un’occhiata alla pagina Wikipedia in inglese, passerete una buona mezz’ora a leggere; nel web italiano, invece, i riferimenti  al gruppo sono radi come i capelli sulla testa di Telly Savalas. Davvero strano. Soprattutto, perché i Toad The Wet Sprocket (il nome bizzarro lo hanno preso in prestito da uno sketch dei Monty Pyton) di canzoni appetibili anche per il pigro e impreparato pubblico italiano, ne hanno scritte davvero tante. Fondatisi nel lontano 1986, i TTWP, appena adolescenti si sono fatti le ossa con una lunga (e consueta) gavetta di concerti in piccoli locali e di album autoprodotti; poi, nel 1990, la Columbia Records li mette sotto contratto, ripubblicando i primi due dischi. Il passaggio a una major, come spesso succede, procura alla band di Santa Barbara quella visibilità che prima non aveva e i continui passaggi su MTV dei singoli All I Want e Walk On The Ocean, lanciano il nuovo album, “Fear” (1991) in vetta alle classifiche statunitensi, (il tutto certificato da un disco di platino). Nei due anni successivi, l’attenzione dei media resta alta, le vendite si mantengono consistenti, e le loro canzoni vengono inserite nella colonna sonora di un paio di film di cassetta. Tutte circostanze queste che sanciscono per i TTWS lo status di stelle nazionali di un alternative rock dalle grandi potenzialità mainstream. Bisogna però battere il ferro finché è caldo e bissare il successo del disco precedente, per non perdere la cresta dell’onda. Detto fatto. Nel 1994, esce Dulcinea”, che si mangia a colpi di singoli le charts a stelle e strisce e si aggiudica l’ennesimo disco di platino, nonostante una copertina inguardabile e un titolo dai riferimenti letterari spagnoli (il Don Chiscotte di Cervantes) per i più davvero poco appetibile. Il motivo di tanto successo sta ovviamente nelle canzoni, tredici per la precisione, vestite tutte di abiti orgogliosamente mainstream e dotate di un appeal melodico (e radiofonico) che riesce a conquistare anche il cuore dei rocker avvezzi a sonorità più dure. I Toad The Wet Sprocket non si inventano nulla, è chiaro, ma sono bravi a inserirsi nel contesto musicale del tempo, fondendo con intelligenza i suoni che vanno per la maggiore nell’allora attuale panorama rock: l’Americana solare dei Jayhawks, gli struggimenti malinconici dei Counting Crows, e l’energia radio friendly di quel movimento post grunge che, a partire dall’anno precedente, sta ingolfando le case discografiche di gruppi mediocri ma dall’alto potenziale economico. La band capitanata da Glen Philliphs (voce e chitarra ritmica) e Todd Nichols (chitarra solista) rielabora il tutto con gusto e intelligenza, dando vita a un sound che forse non sarà mai immediatamente riconoscibile ma che riesce sul breve a essere a dir poco irresistibile; e poi ci sono le canzoni, tutte orecchiabilissime, tutte possibili hit, ma non prive di quel fascino adulto (i testi indulgono anche verso tematiche religiose e riferimenti letterari di cui sopra) che tiene ben lontano la band dall’essere patrimonio esclusivo dei teenagers. Il disco vende benissimo e il primo singolo, Fall Down, arriva alla prima piazza delle classifiche di genere; il secondo singolo, Something’s Always Wrong, entra nella top ten. La storia dei Toad The Wet Sprocket però finisce praticamente qui: l’anno successivo si raschia il fondo del barile con un’inutile raccolta di b-side (“In Light Syrup”) e, nel 1997, esce il mediocre Coil”, ultimo capitolo della band che si scioglierà nel 1998, per sopravvenute divergenze artistiche fra i suoi componenti (in realtà, è Glen Phillips che scalpita per iniziare una carriera in solitaria). La reunion, datata 2013, produce, grazie al crowdfunding, un disco, New Constellation”, che viene accolto tiepidamente dalla critica e dal pubblico e che suscita più di un rimpianto fra i numerosi fans americani (e i più sparuti fans europei) per quel gioiello di mainstream rock dal titolo Dulcinea”.

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