Tiziano Sclavi e Secondamarea: Ballate della notte scura (2013) – di Lorenzo Scala

Una semplice domanda: perché esistono gli incubi? Perché il nostro cervello, lasciato a briglia sciolta, naviga in acque torbide e scure? Non sappiamo rispondere a queste domande ma sappiamo bene che a volte dei terremoti emotivi possono far vibrare i labirinti della nostra mente, spalancando vasi di Pandora da cui possono uscire incubi che arrivano a invadere anche la veglia. Il terrore più grande è quello irrazionale, l’orrore che ci fabbrichiamo da soli senza riuscire a controllarlo: ansia, atti di panico e compagnia bella. Queste paure sono racchiuse dentro di noi, sono paure ancestrali e se non diventano invalidanti bloccandoci sotto il sole mentre attraversiamo la strada, siamo al lavoro o al supermercato, hanno sicuramente una loro preziosa ragione d’essere. Rappresentano dei sistemi di sicurezza che ci mantengono all’erta, ricordandoci che non bisogna mai dare per scontato il benessere e fornendoci i mezzi per poterlo apprezzare fino in fondo. Poi ci sono gli incubi indotti e senza dubbio sono molto più nocivi, parliamo di quelle paure che vengono plasmate “collettivamente” e che si insinuano nel tessuto sociale, paure che vengono alimentate da una certa politica come armi psichiche comprate al discount, con l’unico scopo di attirare voti da chi si sente minacciato senza una reale motivo. Ovviamente stiamo parlando della paura del diverso, del freak, la paura del  mostro. Il mostro è brutto, spesso ha un’igiene fatiscente, ma soprattutto è cattivo, ha come obbiettivo il furto, l’omicidio o lo stupro. Ogni epoca ha il suo mostro. Lo sa bene Tiziano Sclavi, scrittore e sceneggiatore di fumetti, creatore nel 1986 del personaggio a fumetti Dylan Dog, indagatore dell’incubo. Sclavi infatti è arrivato a interiorizzare questi due universi: quello delle paure intime e personali e quello delle le paure “collettive”. Ogni suo libro, ogni suo numero di Dylan Dog, ogni sua poesia e ballata, contiene i germi di una paura claustrofobica. A volte questa paura ha le sembianze della follia individuale, a volte invece a far paura è la cosiddetta massa col forcone, cinica e insensibile. Nel 2013 è uscito per la Squilibri  un libricino di sessanta pagine intitolato: “Ballate della notte scura”, una raccolta di poesie, filastrocche nere, ballate noir e canzoni d’amore, scritte da Tiziano nell’arco di quarant’anni. Ad alternarsi con le pagine scritte troviamo i disegni suggestivi di Max Casalini. C’è un altro elemento però che rende ancora più prezioso questo progetto, ovvero il cd allegato al libro, con all’interno tutte le ballate scritte da Sclavi e musicate dai Secondamarea: un duo formato da Ilaria Becchino e Andrea Biscaro. Il seme di questa splendida collaborazione viene piantato dai due musicisti nel 2005, anno in cui inviano una musicassetta con dentro la registrazione della canzone Il lungo addio (si tratta della trasposizione in musica di un testo d’amore che si trova nell’omonimo albo di Dylan Dog) alla Sergio Bonelli editore. Questo seme è cresciuto nel tempo fino a diventare una magnifica pianta dalle scure e rigogliose foglie e che ha radici fatte di parole e una linfa fatta di musica. Gli arrangiamenti che i Secondamarea cuciono sui testi di Sclavi sono suggestivi e sanno risaltare tutta la malinconica potenza dell’autore. L’album si apre con la breve Chi ha paura?, piccolo manifesto dell’universo sclaviano che i seguaci di Dylan Dog conoscono fin troppo bene: nella notte fredda e scura, chi ha paura? Ha paura il mio bambino di incontrare l’assassino. Ha paura l’assassino di incontrare il suo destino. A seguire un brano intriso di esistenzialismo e senso di mancanza, si tratta de Il grande vuoto in cui un’anima tormentata descrive così il suo sentirsi slegato dai sentimenti che nutrono le relazioni umane: ho pensato all’amore che non mi ha mai visto, che abita in via Nonsisà, nella città dove solo lei esiste. Non è qui, mi hanno detto, si è dissolta nella brina. Non fa niente, non c’era neanche prima. I brani sono tutti splendidi… incontriamo l’incubo militarista in Piove, in cui si immagina una città impaurita da una minaccia imminente, che poco a poco si chiude in se stessa correndo agli armamenti, diventando lei stessa emblema di un incubo probabilmente maggiore rispetto a quella minaccia ipotetica: Poi un rumore come un velo distende le ali su nel cielo nero: all’orizzonte incolonnati, mille carri armati. Poco più avanti veniamo immersi nelle atmosfere oniriche di La ballata della città di notte, dove il realismo lascia il passo a visioni magiche e inquietanti… la notte è la maschera con cui il destino ci ricorda la propria imprevedibilità: Questa è una ballata d’illusione di realtà, di incubi e di veglia, di menzogna e verità, del lungo, lungo viaggio per giungere al mattino attraverso gli arabeschi disegnati dal destino. Questo piccolo libro fatto di pagine scritte e disegnate, ma anche di note musicali, racchiude dentro di sé le anticamere umide e romantiche di una personalità problematica e sensibile, dotata di un talento puro nutrito da una malinconica ispirazione. Non abbiamo bisogno di cercare parole chiave per concludere questo nostro omaggio a Scalvi e ai Secondamarea, perché le parole sono già lì, chiare e potenti, tratte dalla canzone Il lungo addio: Il fiocco nero è l’unica cosa che mi è rimasta con la malinconia, ma insieme a questa stanca anarchia, vorrei anche te, amica mia.

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