Tigran Hamasyan: “The Poet” (2013) – di Isabella Dilavello

È da giorni che è notte. Fonda come un tunnel sotto il livello del mare. Triste come le cose dimenticate. Sono a casa come quasi tutti, senza incontrare nessuno, senza toccare nessuno. E a volte non vedo la differenza dai giorni che sono anche giorno e non solo notte. Sono in casa sola con i pensieri, i dispiaceri, sola con i rimpianti, aspettando un ricordo che mi possa salvare, che mi perdoni per il non aver fatto, il non aver detto. Aspetto. State a casa, hanno detto. Per fermare il contagio. Covid-19. Potevano dirlo anche al tempo del contagio della solitudine e dell’abbandono, quando lasciare un uomo in strada senza niente è diventata un’infezione, quando ignorare gli squali dell’economia e punirne i suoi schiavi è diventato un tumore maligno. Potevano dirlo prima “state a casa”. Non ci saremmo fatti il bagno con i portatori insani di quel virus, non avremmo baciato, leccato la pelle degli untori di quella peste, la peggiore di tutte: l’avidità. Lo avevano detto i poeti e non li abbiamo ascoltati, come spesso succede. Li amiamo, ci copriamo delle loro parole ricercate ossessivamente, palpitiamo per versi sanguinanti, ma non capiamo. Le visioni sono il tormento di Cassandra, che se lo risolva Cassandra. A noi i nostri tormenti. È da giorni che è notte. State a  casa, hanno detto e sono a casa da sola con il mio dolore cercando di ricordare l’inizio. Chiedendomi fino a quando. Sapendo che il mio dolore finirà con me. Chiedendomi dove finiscono i poeti quando muoiono, sempre se muoiono.

Sad night, sorrowful night, / Me and my sorrow are awake alone
Wanting to remember / How we ever found each other
Tell me my sorrow, my black grief / My life’s inseparable friend
Since when, from where (Since that event) / You ended up with me
And black memories are still coming… / Sad night, sorrowful night.

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