“¡Tierra y Libertad!”: Villa, Reed, Bierce e la rivoluzione dimenticata – di Maurizio Fierro

Matachi, stato di Chihuahua, 10 gennaio 1914. In una di quelle notti in cui ci si domanda se sotto un cielo sfavillante possa esistere un’umanità brutale e guerriera, Pancho Villa ha lasciato l’hacienda, dove i commensali stanno ultimando la cena a base di tacos, burritos e frijoles, innaffiata da abbondanti dosi di Mezcal e aguardiente. Il volto di colui che la fantasia popolare messicana ha ribattezzato “il centauro del nord” appare disteso e, per una volta, i mille pensieri che tormentano la sua inquieta quotidianità sembrano avergli concesso una tregua. All’alba del mattino seguente, con i suoi “dorados”, i guerriglieri della leggendaria “División del Norte”, Villa raggiungerà Ojinaga, dove, ad aspettarlo, troverà il generale Salvador Mercado con circa tremila soldati, ovvero quello che resta delle truppe dell’esercito federale rimaste fedeli all’usurpatore Huerta.
Dopo la destituzione del despota meticcio Porfirio Diaz avvenuta nel maggio 1911, il successore alla “silla del aguila”, lo scranno presidenziale, è stato individuato nel ricco possidente creolo Francisco Madero, che, tradendo le aspettative con una politica classista che privilegia la grande oligarchia latifondista messicana e americana, si rivela l’ennesima occasione mancata per le speranze dei ceti contadini e popolari. Dopo un anno di scontri e insurrezioni al grido di “¡Tierra y Libertad!”, il 9 febbraio del 1913 inizia quella che sarà ricordata come la “Decena Trágica” di Città del Messico, un colpo di stato innescato da una ribellione ordita da due vecchi generali screditati appartenenti alle vecchie guarnigioni di Porfirio Diaz. Il 19 febbraio, dopo giorni di violenti scontri, Huerta fa arrestare Madero al Palazzo Nazionale, costringendolo alle dimissioni. Il 22 di quel mese completa il suo piano criminale commissionando il suo assassinio a tradimento. In quei giorni confusi e travagliati, i capi guerriglieri che hanno portato al potere Madero e che poi sono stati frettolosamente congedati riappaiono per le ramblas messicane.
Uno di questi è Francisco Pancho Villa che, alla fine del 1913, comanda un esercito di 30.000 uomini e controlla tutto lo stato di Chihuahua, il più esteso del Messico. Diventato fuorilegge a soli sedici anni dopo aver ucciso un proprietario terriero reo di aver usato violenza a una delle sue sorelle, da fuggiasco, José Doroteo Arango Arambula cambia il nome in Francisco “Pancho” Villa unendosi alla banda di Herrera, un noto bandito della zona. Ruba il bestiame dei ricchi proprietari terrieri per sfamare interi villaggi, spossessati dei terreni dai soldati di Porfirio Diaz. Ben presto diventa un’icona popolare, una sorta di Robin Hood messicano. Pancho Villa difende i contadini dallo strapotere dei “curas”, i preti appartenenti a un clero oppressivo che pretende la decima sui raccolti dei campesinos, incurante del fatto che l’odiosa pratica è stata abolita da una legge del 1857. Ama invece le scuole, ed ha in gran conto l’istruzione del popolo, amando ripetere che, distribuendo la terra ai contadini e costruendo scuole, si sarebbero eliminati gli ostacoli che impediscono al Messico di progredire.
Villa, dopo essere stato eletto dai suoi generali governatore dello stato di Chihuahua, distribuisce d’autorità circa sessanta ettari di terra a ogni famiglia di campesinos, decidendo di stampare moneta autografata, le cosiddette “sabanas de Villa”, che riesce a scambiare alla pari con le banconote ufficiali presso la Tesoreria di Stato, concedendo prestiti a tassi agevolati. Sull’uscio della casa contadina, nel frattempo, si è materializzata l’inconfondibile sagoma di Rodolfo Fierro. L’ex ferroviere e veterano delle guerre degli indios Yaqui, chiamato eloquentemente “il massacratore”, è il fedele luogotenente e miglior amico di Villa ma anche il più feroce dei suoi guerriglieri, a cui El Jefe perdona qualsiasi nefandezza. Fierro ha lasciato la tavolata dove, in un angolo, due gringos stanno discutendo animatamente sulle sorti della politica americana, fumando macuche, L’americano più giovane si chiama John JackReed. Nato in una ricca famiglia di Portland, laureato ad Harward, poeta e bohemien, dopo aver viaggiato in Europa si stabilisce nel quartiere degli artisti di Greenwich Village, a New York. Collabora con le riviste “Globe” e “American Magazine”, diventando in seguito giornalista freelance per il “Saturday Evening Post”.
Reed si fa notare nel circuito giornalistico per le sue posizioni radicali, prendendo le parti di lavoratori e sindacati e cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di tutelare le condizioni di lavoro degli operai. Non manca di dichiarare il suo totale appoggio alla causa della rivoluzione messicana, imitato, in questo, anche da un altro giornalista, Jack London, denunciando le ingiustizie e l’estrema povertà in cui è costretto a vivere gran parte di quel popolo. Determinato a prendere parte attiva alla rivoluzione per narrarne in presa diretta gli eventi, Johnil rosso” convince il “Metropolitan” a inviarlo in Messico come corrispondente. Una volta varcato il confine, a Chihuahua incontra Dario Silva e Manuel Chao, due dorados della “División del Norte”, e ottiene la possibilità di incontrare Pancho Villa per una intervista. Fra i due scatta la scintilla dell’empatia, oltre che della simpatia e, da cronista e reporter di guerra, Reed, segue per alcuni mesi il periplo ondivago di Villa, non mancando di innescare con il “Centauro del nord” accese dispute a sfondo sociale e politico, spesso concluse con generali ubriacature.
L’altro gringo seduto accanto a John Reed è un eccentrico e attempato signore. Da pochi giorni si è unito ai “dorados”. Il suo nome è Ambrose Bierce. Topografo nell’esercito confederale durante la guerra di secessione, durante quel sanguinoso conflitto fratricida Bierce ha modo di manifestare un’indole dolente e venata di sarcasmo che si riflette ne “I Racconti di soldati e civili”, ancora oggi considerati un magistrale condensato degli orrori della guerra civile americana, impregnati di cinismo e crudo umorismo nei confronti del genere umano. Abbandonato l’esercito alla fine del conflitto, Bierce si afferma come caustico giornalista d’assalto all’Examiner, giornale di proprietà del magnate William Randolph Hearst, concentrando energie e attenzioni per smascherare il malcostume di politici e imprenditori. Autore di indimenticabili racconti gotici e fantastici, il suo immaginario evoca un orrore marchiato da una atmosfera cupa e misteriosamente precisa, quasi ineluttabile. “La morte di Halpin Fraysert”, “Quella cosa infernale”, “L’ambiente adatto”, sono piccoli capolavori nei quali, a una natura lussureggiante, fa da contrappunto una inesorabile malignità terrena e, spesso, ultraterrena.
Sarà però il “Dizionario del Diavolo” a dargli fama imperitura, facendone autore di culto, soprattutto a morte avvenuta. A settant’anni suonati, la natura anticonformista e avventurosa di Bierce lo ha spinto ad abbandonare la tranquillità della vita della provincia americana per unirsi alle truppe guerrigliere di Pancho Villa. Fermi in piedi, nel gelo della notte di Matachi, Pancho Villa e Rodolfo Fierro osservano le stelle quasi a trarne vaticinio. Poi, d’un tratto, Fierro vede El Jefe scuotersi, darsi una stirata ai baffi e far ritorno nella hacienda dove, nel frattempo, si stanno ultimando i preparativi per il ballo. Oiga, la più giovane delle due mogli di Villa, ha curato tutto nei minimi dettagli, e l’orchestrina reclutata per l’occasione sta per dare inizio alla musica. Quella notte, Pancho, superbo ballerino, è insuperabile, battendo tutti in abilità e resistenza. Il mattino dopo è il primo a svegliarsi, pronto per lo scontro che lo attende a Ojinaga. In quelle ore di ballo sfrenato, tre idealisti dall’indole anarchica, tre spiriti liberi, tre uomini nati per vivere la vita come una continua avventura sfidando i limiti imposti dalle convenzioni dell’epoca, incrociano i loro destini in una povera casa contadina di Matachi, riconoscendo nei rispettivi sguardi lo spettro della propria inquietudine.
Dal giorno seguente, quello stesso destino che li ha fatti incontrare in una fredda notte messicana deciderà di separarli. Pancho Villa riuscirà a sbaragliare le resistenze dei federali di Mercado, conquistando Ojinaga. Proseguirà la sua marcia in direzione di Torreón, a mille chilometri dalla capitale, dove si è costituito il Fronte Militare Federale Anticostituzionalista. Dopo una sanguinosa battaglia durata due settimane, le truppe federali saranno messe in fuga. Le legioni rivoluzionarie continueranno il loro inarrestabile cammino abbattendo anche l’ultimo baluardo che li separa dalla capitale, la città di Zacatecas. Nel novembre del 1914, Villa e Emiliano Zapata, a capo di migliaia di guerriglieri, faranno il loro ingresso trionfale a Città del Messico, abbattendo il governo. Huerta sarà costretto a fuggire negli Stati Uniti. La conseguente proclamazione a presidente di Venustiano Carranza Garza chiuderà, di fatto, la fase centrale della rivoluzione. Negli anni successivi Pancho Villa continuerà a combattere per gli ideali di sempre. Subirà l’ennesima delusione da parte del nuovo Presidente, che tanto aveva amato e difeso e che, convertitosi prontamente a una politica attenta agli interessi della borghesia e dei ricchi latifondisti, gli invierà contro le truppe dell’esercito guidate dai generali Obregon e Calles.
Ormai stanco e sfiduciato, Pancho Villa si ritirerà a vita privata nella hacienda di Canutillo. Il 20 luglio del 1923, dopo aver presenziato a un battesimo, Villa sarà assassinato in un agguato a El Parral, mentre, alla guida della sua macchina, sta facendo ritorno alla sua fattoria. Dopo aver lasciato Pancho Villa ed i suoi “dorados” a Ojinaga, John Reed tornerà a New York, dove pubblicherà “Insurgent Mexico”, cronaca del periodo trascorso fra i rivoluzionari. Inviato in quello stesso anno in Europa per la Grande Guerra, tutti i suoi articoli verranno censurati, in quanto ritenuti troppo critici e disfattisti. Nell’autunno del 1917, insieme alla moglie, la giornalista Louise Brown, sposata da pochi mesi, si trasferirà a San Pietroburgo, diventando spettatore e cronista della rivoluzione bolscevica, che descriverà nella sua opera più famosa, “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”. Tornato negli Stati Uniti, sarà redattore delle riviste “The Revolutionary Age” e “Communist”, partecipando attivamente al Socialist Labor Party, da cui prenderà vita il Communist Labor Party, del quale Reed diventerà il leader.
Dopo un altro viaggio a Mosca, nel 1919, al momento di far ritorno in patria, su pressioni dell’ambasciata americana ad Helsinki, sarà fermato e arrestato sul suolo finlandese con l’accusa di sovversione e collaborazionismo con le forze bolsceviche. Riuscirà a tornare nuovamente in Russia, dove incontrerà Lenin e sarà nominato membro del Comitato Esecutivo Organizzatore della Terza Internazionale, partecipando come delegato al Congresso dei popoli orientali e coloniali nella città di Baku. Al suo ritorno a Mosca, colpito da un virulento attacco di tifo, John Reed morirà a soli trentatré anni, il 17 ottobre 1920. Sepolto nell’amata Piazza Rossa, sulla lapide, ancora oggi è chiaramente leggibile l’incisione: “delegato alla Terza Internazionale”. Ambrose Bierce verrà dato per disperso durante lo scontro con le truppe federali a Oijnaga. La sua scomparsa rimarrà avvolta dal mistero. Da allora, in Messico, si tramanda una leggenda. Vi si narra di uno spettro che, di notte, si aggira nelle stesse radure che in quel gennaio del 1914 hanno visto trionfare le truppe di Villa. Ma, si sa, sono solo leggende.

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