Thundercat: “Drunk” (2017) – di Massimiliano Speri

Se scorrendo i credits di un album doveste imbattervi nel nome di Stephen Bruner alias Thundercat, potete stare sicuri che avete tra le mani un prodotto di qualità. Californiano, classe 1984, è riuscito ad imporsi in brevissimo tempo come uno degli stregoni più vulcanici della black music contemporanea (pur partendo da esperienze musicali totalmente differenti, vedi la militanza nei tardi Suicidal Tendencies), soprattutto grazie alle sue collaborazioni con alcuni dei musicisti più significativi della sua generazione. Insieme al concittadino Kamasi Washington, ha contribuito a ridefinire il ruolo del session man trasversale; non più taciturno professionista del proprio strumento ma anzi istrione di lusso che prende parte attiva alla caratterizzazione del prodotto finale, con un approccio che non conosce confini di genere o distinzioni tra musica “alta” e “bassa”. Sono presupposti da tenere presenti per decifrare questo suo terzo, eccellente album solista: un composito, elegante mosaico in cui fare il punto sullo stato attuale della musica nera, poco importi se si tratti di soul, funk, fusion, jazz o hip hop. In “Drunk”, 23 tracce, per lo più di breve durata e fortemente legate le une alle altre (la prima e l’ultima sono di fatto due versioni della stessa canzone), il bassista allestisce un’ubriacante autocelebrazione del suo onnivoro talento, che finisce con l’essere anche una passerella in cui i molti amici che hanno usufruito dei suoi servigi restituiscono il favore. Oltre al solito Flying Lotus in cabina di regia e ad un altrettanto prevedibile Kendrick Lamar che presta il suo spigoloso flow ad una Walk On By che non è quella di Bacharach; spiccano poi gli interventi di Wiz Khalifa su Drink Dat (una delle gemme del disco) e di Pharrell su The Turn Down, anche se a strappare ammirazione è soprattutto il duetto tra due leggende come Michael McDonald e Kenny Loggins nell’incantevole Show You The Way, che pare davvero uscita da qualche LP blue-eyed soul di fine 70. A trionfare ovunque è una liquida sensualità, esaltata da suoni caldi e avvolgenti, a dispetto della loro natura prettamente digitale. Dominano le tastiere, con gran dispiego di rhodes, clavinet e sintetizzatori di ogni foggia, ma la pasta risultante è così densa che spesso si fatica a capire quale sia lo strumento guida. Una musica estremamente sofisticata ma mai leziosa, che riesce a risultare leggera persino quando il Thundercat strumentista si concede qualche siparietto di pura acrobazia tecnica (il tour de force bassistico di Uh Uh). I riferimenti più immediati sono alla black più “bianca” e contaminata con il pop/rock, dall’enciclopedismo melodico di Stevie Wonder, al funk elettronico di Herbie Hancock, dalla fusion in punta di penna di George Benson, al crossover acido di George Clinton e Prince; arrivando a conquiste più recenti quali il neo-soul alla D’Angelo o l’acid jazz britannico. Non basta tuttavia questa pur esaustiva mappatura ad incorniciare un lavoro in cui il tutto è decisamente più della somma delle parti. Difficile citare una canzone che si stagli sulle altre, tanta è la quantità e la qualità della carne al fuoco: anche se il singolo Them Changes, un’autentica cascata di velluto, merita di essere ricordato come uno dei biglietti da visita più impeccabili dell’anno. Ci si chiede dove possa spingersi un musicista che a poco più di trent’anni viene già guardato come un guru in tutti i campi in cui si sporca le mani: di sicuro è confortante sapere che esistono ancora artisti capaci di coniugare godibilità & cura dei dettagli con uno stile carico di suggestioni d’annata eppure inequivocabilmente moderno.

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