Thunder and Roses: “King of the Black Sunrise” (1969) – di Alessandro Gasparini

Ci sono artisti e gruppi che hanno dato alla luce così tanti dischi che, in termini letterari, ci si potrebbe riferire a loro come autori di saghe epiche. In tal modo parleremmo della Bibbia secondo i Rolling Stones, dell’Epopea del Santana Gilgameš o perché no dell’Odissea nel Jazz dell’eroe mitologico Ulisse” Davis. Dall’altra parte della storia della musica si schierano, invece, piccoli eroi reietti, diseredati e disadattati. Loro, pur essendo stati poco prolifici hanno scritto memorabili macigni invisibili, se non addirittura inesistenti. Tra questi ci sono senza ombra di dubbio i Thunder and Roses da Philadelphia. Un autentico power trio che è stato autore del solitario “King of the Black Sunrise, uscito nel 1969 su United Artists Records. Erano gli anni in cui la critica musicale si scagliava contro i Blue Cheer di “Vincebus Eruptum(1968), per il volume eccessivo a scapito della musicalità, senza aver ancora buttato orecchio a “Kick Out the Jams (1969) degli MC5.
La formazione dei Thunder and Roses  era composta da
Chris Bond chitarra e voce, Tom Schaffer basso e voce e George Emme alla batteria e cavalcò l’onda di quel rock psichedelico distorto e accelerato che avrebbe gettato i semi dell’heavy metal e dello stoner. Ad aprire le danze di “King of the Black Sunrise” ci pensa White Lace and Strange, dove basso, chitarra, batteria e voce partono col turbo nel segno del garage rock più acido. A fare da contraltare al muro sonoro eretto nei primi trenta secondi si insinuano le voci cantanti a mo’ di coretto, memori di quella British Invasion che esportò oltreoceano, tra gli altri, gli Who e gli Yardbirds. Da parte loro, il solo di chitarra ha quel marchio inconfondibile di chi è cresciuto a pane, latte e Bo Diddley, portando subito alla memoria i Creedence Clearwater Revival di Suzie Q e gli Stooges di No Fun. I love a woman è l’immancabile lento, marcato dal tappeto ritmico leggero della batteria e del basso, con il cantato che sa di Jack Bruce alle prese con Spoonful di Chester Burnett, mentre una sinistra risata introduce l’elogio alla vita bucolica, ancora in stile Creedence, di Country Life. Terminata la dolce pausa si torna a masticare un limone aspro e ipnotico come quello di Red House, tributo al coevo e ingombrante Jimi Hendrix che va però oltre gli intenti di semplice cover. Si è senz’altro di fronte all’episodio più significativo dell’album, mai ridondante nonostante i quasi sei minuti di durata, dove gli ingredienti blues e psichedelia sono perfettamente bilanciati. A dispetto di ciò che potrebbe sembrare, l’elemento preponderante è la voce piuttosto che la chitarra, il cui utilizzo fa pensare più alla cover di un brano di Buddy Guy o Willie Dixon.
Archiviato il Lato A si passa al B, più solido e uniforme.
Moon Child e Day Dream Maker sanno di classic rock da folla oceanica, arricchiti da un drumming sontuoso che segue passo passo i virtuosismi chitarristici. La title track è dunque quanto di più nostalgico ci si possa aspettare da una band dell’epoca. In meno d quattro minuti i tre anti-eroi si concedono il lusso di una jam strumentale con riff di chitarra granitico ed effetti vari, con i quali sembra vogliano comunicare in modo inequivocabile che loro a Electric Ladyland ci sono stati eccome. I saluti finali coincidono con la track più lunga del disco, anche questa dal sapore hendrixiano, nella quale tutti si mostrano al top. Open Up Your Eyes ci guida in un sogno a occhi aperti di quel periodo fatto di speranze, fuzz e LSD. Ma con il lento svanire della musica, anche quel sogno sbiadisce per essere infine immortalato su di una fotografia sgranata e dai colori caldi. Cosi come si era aperto per far transitare il tuono e le rose, volendo usare una metafora biblica, il Mar Rosso del Rock si richiuse attorno ad essi. Qualche anno dopo Chris Bond avrebbe contribuito, in veste di produttore e arrangiatore, al successo dei concittadini Daryl Hall e John Oates. Bisognerà aspettare il 1987 per udire di nuovo un tuono che riportasse la memoria dalle parti del Re dell’Alba Nera, quando il profeta Cobain decise di rendergli tributo riproponendo White Lace and Strange durante la prima diretta in radio dei suoi Nirvana.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: