Throbbing Gristle: “The Second Annual Report” (1977) – di Gianluca Chiovelli

Throbbing Gristle vengono solitamente inclusi nella categoria “industrial”, ovvero in quell’ampia tipologia musicale in cui il futuro è reso con le tinte abiette del più vario sperimentalismo (elettronica, concretismo et cetera). e di tale zona sono considerati, a ragione, i precursori. Ritengo, però, che i Throbbing Gristle rientrino a fatica in tale classificazione. Essi sono molto più che industrial: sono i profeti di un mondo assolutamente alieno in cui vigono esclusivamente comportamenti post-umani. I suoni dei Throbbing, infatti (e non solo quelli, come vedremo) sono residui di una civiltà ormai distrutta. Non si pensi subito a una volgare apocalisse materiale anche se non è azzardato supporlo. Qui, però, siamo ancora oltre, in una landa in cui la devastazione è quella della morale e della tradizione classica; anzi della tradizione occidentale tout court, al di là del bene e del male. Non ci sono riferimenti culturali né tantomeno melodici in questo loro “The Second Annual Report” del 1977 (il primo, a dispetto del titolo) ma solo immagini frante per dirla con T. S. Eliot, impossibili da ricomporre. Lo specchio in cui l’Occidente si riconosceva è in pezzi e ogni scheggia rimanda il tratto deforme e irriconoscibile d’un mostro. Sferragliamenti, afonie, clangori, brusii, iterazioni, invocazioni senza speranza di risposta, miasmi catacombali, macerazioni elettroniche. La colonna sonora del nostro imminente futuro si srotola sicura, traccia dopo traccia. I Throbbing Gristle si compiacciono del brago della dissoluzione postmoderna. Ancora una volta, come nell’avanguardia più spinta (forse è il caso di dirlo: nell’avanguardia definitiva) sparisce ogni distacco fra artista e oggetto artistico rappresentato. L’artista è ciò che vuole rappresentare; i Throbbing Gristle portano, quindi, senza alcuna mediazione, istoriato sulla propria pelle, il testamento dell’umanità. Sulla propria pelle: non é un caso che il diario di “The Second Annual Report” sia, in realtà, la colonna sonora di live acts e rappresentazioni teatrali che i Nostri portavano in giro per l’Inghilterra destando la riprovazione di massa (furono persino additati, a torto, quali distruttori di civiltà“. Le loro, infatti, son solo cronache di una distruzione già in atto). Peccato che di tali pantomime post-umane restino poche testimonianze. O, forse, è una fortuna. Genesis P. Orridge (Neil Megson) ambiguo sacerdote del Nulla e Christine Newby (alias Cosey Fanni Tutti) ex starlet hardcore e Pitonessa addetta al cerimoniale, furono i due maggiori attori di tale religione infetta. Sul palco essi esibivano sadomasochismo, pornografia, anaffettività, nazismo, tragedie emotive, attacchi al cattolicesimo e una costante disperazione da fine dei tempi. I dischi, come detto, non furono che l’oggettivazione di alcuni tratti salienti di tale allucinante cabaret. “My life is my art and my art is my life” dichiara Christine Newby e con ragione. Il performer vive di persona il proprio credo, senza sconti; è egli stesso il messaggio, per quanto terribile possa essere. Il loro è l’ultimo decadentismo possibile, quello capace di torcere il collo a ogni stile, tradizione e riconoscibilità artistica: se Oscar Wilde o Huysmans li avessero visti sui palchi off di Londra, lordi di sangue e lacrime, nudi, sbraitanti, in preda o all’agitazione o alla catatonia manicomiale, accompagnati da chitarre sbrindellate e sintetizzatori marci, sarebbero scappati a gambe levate dopo essersi segnati. Genesis P. Orridge, in particolare, è l’ultimo esteta possibile. A guardarlo oggi, nel 2017, a distanza di quarant’anni da “The Second Annual Report” si rimane intrappolati in uno stato di stupefazione a mezzo fra la risata liberatoria e l’angoscia. Come il Dorian Gray del famigerato ritratto egli porta impressa su di sé ogni piaga del proprio infame Vangelo. Genesis P. Orridge, la sua musica, il suo messaggio sono una cosa sola. Eccolo, appesantito, curvo, invecchiato, deforme, androgino (ha cambiato sesso). Una maschera dei nuovi tempi. Un Cristo al contrario che porta su di sé le stimmate del trans-umano: amoralità, libertà assoluta, depravazione; e che, con somma coerenza, ha bevuto il proprio verbo sino alla feccia. Se le deità dello Sfacelo e del Nichilismo ch’egli adorava esigessero un proprio capolavoro egli potrebbe proporsi quale loro diabolica Monna Lisa.

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