Thomas Kruithof: “La meccanica delle ombre” (2017) – di Dario Lopez

L’esordio del regista Thomas Kruithof avrebbe potuto tranquillamente inserirsi nel filone spionistico-cospirazionista che ha caratterizzato tanto cinema degli anni 70, di cui “La meccanica delle ombre” (La mecanique de l’ombre) mantiene anche il piglio e i ritmi, magari poco accattivanti per una parte di pubblico, ma questo è uno dei pochi difetti di un film in fin dei conti essenziale e abbastanza riuscito. La messa in scena di Kruithof è scarna e funzionale, un poco come ormai è anche la vita del protagonista Duval (François Cluzet), un colletto bianco vicino ai sessanta che ha perso il lavoro ed è in cerca da tempo di una nuova occupazione. Gli ultimi anni sono stati duri tra disoccupazione e problemi con l’alcool… poi un giorno, per interessamento di un conoscente (Philippe Résimont), a Duval viene offerto un lavoro dall’enigmatico signor Clément (Denis Podalydès), un uomo che dà poche spiegazioni ma che ha esigenze molto precise. Nonostante la poca chiarezza, la paga è buona e Duval accetta l’incarico. Si tratta di sbobinare nella più assoluta riservatezza dei nastri contenenti le registrazioni di alcune intercettazioni telefoniche che coinvolgono uomini politici, giornalisti e finanche agenti dei servizi segreti. Il protagonista trascrive tutto su carta, non ha contatti con nessuno, lavora nel quartiere della Défense a Parigi, da solo, in un ufficio completamente vuoto e non può parlare con nessuno del suo incarico: una volta alla settimana trova una busta con 1.500 euro sulla sua scrivania, l’esatto importo del suo compenso. L’unica visita che riceve è quella del suo diretto superiore Gerfault (Simon Abkarian). Il nuovo lavoro diventa una routine, fino a che… La vicenda è ambientata ai giorni nostri, potremmo essere nel 2017, stesso anno di uscita del film. Duval sbobina nastri magnetici… informazione analogica trascritta su carta. È la chiara metafora, anche esplicitata in un dialogo tra Duval e Clément, di come il film appartenga a una tradizione del passato, vicina alla New Hollywood e richiama alla mente pellicole celebri come “La conversazione” di Francis Ford Coppola o “I tre giorni del condor” di Sydney Pollack, pur con le dovute distanze e senza bissarne gli altissimi esiti. Interessante la disamina di come facilmente l’uomo in situazione di necessità possa cadere in una spirale negativa che col passare del tempo diventa sempre più incontrollabile e senza via d’uscita. François Cluzet è il volto perfetto per dar forma a un protagonista di questo tipo, il classico signore di mezza età che potresti incontrare ogni giorno nell’ascensore, magari dopo che ha passato l’intera giornata a sbobinare audiocassette con informazioni riservate. I risvolti della vicenda, tra intercettazioni e instabilità politica, richiamano anche la realtà di tutti i giorni. Diversa critica ci ha visto interessanti parallelismi con la situazione politica francese. IL film affonda quindi in quella che ormai è tradizione cinematografica di diversi decenni addietro ma riesce allo stesso tempo a parlare al tempo presente… tutto sommato esiti da non sottovalutare tenendo conto che si tratta dell’opera di un’esordiente. Un poco sacrificate le figure di contorno e la presenza femminile qui rappresentata dalla nostra Alba Rohrwacher: per lei una parte che sul finale acquista anche una certa importanza ma che nell’economia del film appare comunque poco approfondita; così come lo è poco anche la figura di Labarthe (Sami Bouajila), uomo dei servizi. Entrambe le figure catalizzano la vicenda verso un finale inaspettato (ma intuibile con un pelo d’anticipo per lo spettatore più scafato)… strumenti quindi, più che veri e propri personaggi. Ad ogni modo ci troviamo di fronte a un buon film, umile nel minutaggio (cosa che non guasta), e a un autore da tenere d’occhio: con l’esperienza che va maturandosi e lo sguardo al classico, Kruithof potrebbe anche riservarci qualche bella sorpresa in un futuro abbastanza prossimo.

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