Theodore Melfi: “Il Diritto di Contare” (2016) – di Lisa Costa

Fine anni 50: la corsa allo spazio è in pieno sviluppo, americani contro russi. In un ambiente come la NASA, non c’è niente di peggio che essere una donna. Figurarsi una donna nera. Siamo negli anni in cui una donna era vista prevalentemente come una casalinga o come al massimo una segretaria, siamo negli anni, soprattutto, della segregazione razziale, quando le persone di colore avevano i loro posti a sedere sugli autobus, le loro fontanelle in cui bere, i loro bagni da usare. C’erano però donne diverse, donne di colore diverse, perché dotate di una mente brillante, di un genio innegabile per la matematica, i calcoli, l’apprendere con passione di ingegneria spaziale. Tre di queste donne sono Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson
“Il Diritto di Contare” racconta le vicende di queste figure nascoste e in ombra (non a caso il titolo originale è un incisivo Hidden Figures) che fecero la Storia (quella con la S maiuscola) lavorando duramente, battendosi per i propri diritti, cercando di emergere in un ambiente lavorativo decisamente maschilistica ma in grado, nonostante tutto, di rilevare il genio. Dorothy anticipa i tempi e insegna ai suoi colleghi il linguaggio comunicativo con il primo computer IBM; Mary si batte davanti ad un giudice per poter frequentare un’Università di soli bianchi e competere così per diventare ingegnere a tutti gli effetti; Katherine entra nel ristretto gruppo di chi vuole mandare il primo uomo in orbita attorno alla Terra e ci riesce con i suoi calcoli, con quella matematica così affascinante che regola il mondo. Ora, c’è da dire che sì, “Il Diritto di Contare” è uno di quei classici film hollywoodiani che puntano su storie formative e ad effetto, c’è da dire che qua e là la mano viene calcata e la storia viene piegata per esigenze di copione. Non a caso, Theodore Melfi punta i riflettori anche fuori dall’ambiente specifico, raccontandoci queste donne all’interno delle loro comunità, nella loro vita privata di madri single e fuori casa, assenti e con compagni che come possono sostengono. Nonostante strizzatine d’occhio al pubblico più vasto e commerciale, il film non vende la sua anima, morde a più riprese mostrandoci tutte le modalità più sottili con cui si manifesta il razzismo, anche nei modi apparentemente gentili di una Kirsten Dunst, o in quelli più spietati di Jim Parsons; e mostra poi la bellezza e l’importanza della matematica con tutto il suo fascino. In questo senso gioca un ruolo importante e salvifico un redivivo Kevin Kostner. Aiuta anche una colonna sonora decisamente black (affiancando brani più ritmati di Jazz a disco music, passando da Miles Davis a Ray Charles, dai The Miracles ai The Hearts, immergendoci ancor più in quegli anni) con i brani originali composti da Pharell Williams (cantati tra gli altri da Alicia Keya, Mary J. Blige e Janelle Monáe) e le composizioni strumentali di Hans Zimmer. Aiuta soprattutto una regia frizzante che sa quando permettersi siparietti più leggeri tra topiche tensioni; sa evidenziare e sottolineare bene il periodo storico e l’importanza delle missioni speciali. A fare la differenza, ovviamente, il trio di protagoniste d’eccezione: dalla candidata agli Oscar Octavia Spencer (più marginale) alla camaleontica Taraji P. Henson, vera sorpresa rispetto al ruolo tamarro interpretato nella serie Empire; fino alla volitiva e combattiva Janelle Monáe che dopo la piccola presenza in “Moonlight” è ormai lanciata nell’Olimpo di Hollywood. Così, “Il Diritto di Contare” è un film che si mantiene in perfetto equilibrio tra educativo e intrattenimento, tra film informativo e di denuncia; raccontando la storia di chi è rimasto per troppo tempo nell’ombra, senza diritti. Una storia purtroppo ancora attuale.

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Un pensiero riguardo “Theodore Melfi: “Il Diritto di Contare” (2016) – di Lisa Costa

  • Agosto 12, 2018 in 5:40 pm
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    Ho amato questo film, grazie di averne parlato in modo tanto preciso ed esauriente.

    M.

    Risposta

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