Theo Angelopoulos: “Lo sguardo di Ulisse” (1995) – di Massimiliano Cinalli

Girare un film è un’avventura“: questa frase, che a una prima e superficiale analisi sembrerebbe essere stata pronunciata da David Attenborough, famoso naturalista britannico, racchiude invece la profonda poetica di Theo Angelopoulos, massimo regista balcanico (greco per la precisione) assieme a Emir Kusturica. Premessa fondamentale è che tutta la sua filmografia è un’immensa meditazione storiografica, raccontata spesso da esuli, raminghi, uomini e donne spaesati, avulsi da legami affettivi e identitari, in una parola soli. “Lo sguardo di Ulisse” (Το Βλέμμα του Οδυσσέα 1995), uno dei suoi tanti capolavori (sì, questa definizione non è inopportuna) non fa eccezione: Harvey Keitel è un regista greco, tornato in patria dopo anni, alla ricerca delle bobine perdute del primo film girato nei Balcani – dalla Sarajevo bosniaco-serba alla Macedonia contesa tra greci e albanesi – nei primi anni del Novecento.
Moderno Ulisse, il suo viaggio si trasforma presto in un’Odissea proustiana dove luoghi e tempi si confondono, dove i personaggi incontrati sono metafora delle culture perdute e ritrovate, lui artista silenzioso e nostalgico, tristemente consapevole dell’anelito che lo tormenta. L’occhio critico di Angelopoulos non lesina virtuosismi, carrellate meravigliose, scene splendidamente fotografate, dialoghi rarefatti che, anche grazie al contributo del nostro Tonino Guerra (suo assiduo collaboratore), riescono a trasmettere sia il senso di impotenza del protagonista che la strenua volontà di proseguire il viaggio che sa, per dovere etico, di dover completare. Un’emblematica frase pronunciata è “Il viaggio è la prima cosa creata da Dio“. Perché l’Uomo nascenomade, non per scelta ma per essere vittima impotente della diasporaprimordiale, che ha portato alla forzata convivenza popoli di differenti culture.
Il Novecento si frammenta, si fonde, come gli abitanti della regione balcanica, e Keitel è lo spettatore e attore di un’epopea che va vissuta per essere compresa appieno. Angelopoulos ne è consapevole: da sempre attento alla storia della sua terra (“La Recita“, “Viaggio a Citera“) e all’afflato di pacificazione spirituale (“Il volo“, “Paesaggio nella Nebbia“, sua opera magna), lui solo poteva essere il cantore di un racconto immenso, imprescindibile perché universale, monumentale esempio di cinema europeo. La morte di Gian Maria Volontè, che lascia attonita tutta la troupe, costringe il regista a sostituirlo sul set con Erland Josephson e alla fine gli dedicherà la pellicola: uno struggente cameo che s’aggiunge a due Maestri della “Solitudine“.

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