Thedeschi Trucks Band “Signs” (2019) – di Maurizio Garatti

Segni, di varia natura… Questo appare evidente dopo un primo ascolto del nuovo lavoro della Susan Tedeschi Band (“Signs”, appunto). La prima cosa che ci viene da dire è che i più immediati sono i segni di un evidente cedimento: troppo alta la classe dei due musicisti coinvolti, sopratutto lui, per accontentarsi di un Album che scorre senza infamia e senza lode, in grado di proporre solamente quella semplice e sottile linea fatta di qualità sonora e mainstream. Ci si aspetta ben altro dal nipote di Butch Trucks (uno dei membri fondatori della Allman Brothers Band) che già a vent’anni entra a far parte di questo glorioso sodalizio, dando prova di virtù chitarristica eccelsa. Costantemente diviso tra Allman e altri suoi progetti, Derek si è sempre tenuto su un livello decisamente alto, dando prova di valere ogni singolo complimento a lui tributato dalla stampa specializzata di tutto il mondo. Proprio per questo è lecito aspettarsi da un musicista simile qualcosa che vada oltre il semplice esercizio di stile. Da parte sua Susan ci mette del suo, e lo fa anche con vigore, ma il risultato è un disco che è più soul che rock, lontano anni luce dalle vibranti note che ci si aspetta da una simile band. Non che il soul sia da ritenersi inferiore al rock, tutt’altro direi, ma la blanda miscela che esce dai solchi del disco lascia scontenti un po’ tutti: sia coloro che apprezzerebbero un album in stile Allman, sia quelli che invece si aspettano un vibrante e caldo disco di soul. Intendiamoci, la Tedeschi Trucks Band ha un’anima tutta sua, ed è logico che si muova entro le pulsioni del suo essere, ma il risultato ahimè sembra non combaciare con i loro sforzi. Dereck è giunto ormai alla soglia dei quarant’anni, li compirà a giugno, mentre Susan ha da poco compiuto i quarantanove: entrambi sono nel pieno della maturità artistica e, sicuramente, questo album è un lavoro che esce a rappresentare perfettamente il loro attuale momento… e questo a nostro avviso è un peccato, visto le enormi possibilità di entrambi. “Signs” è un disco più Tedeschi che Trucks, nel quale appare evidente lo spostamento verso l’approccio sonoro di lei rispetto a quello di Dereck; il chitarrista di Jacksonville, pare mettersi in disparte a favore della moglie, ritagliandosi uno spazio che alla fine risulta essere poco incisivo sul risultato finale. E’ l’iniziale Signs, High Times ad aprire le danze mettendo subito tutto a fuoco: i fiati occupano uno spazio importante, a discapito delle chitarre dei leader, che si sentono ma non lasciano il segno: la voce di Susan è perfetta per il brano, che pare effettivamente uno standard di soul: forse allungando un po’ il minutaggio (meno di quattro minuti) e lasciando spazio ai musicisti, il risultato sarebbe stato diverso. La seguente I’m Gonna Be There, con tanto di archi aggiunti è un brano tra pop e soul, un po’ melenso e molto simile a tanti prodotti simili che imperversano sui canali musicali. When I Will Begin è lenta, e la voce di Susan è incisiva: una melodia valida che accompagna tutti i quattro minuti del pezzo: un brano niente male, ma una canzone pop in definitiva, che lascia in eredità più domande che risposte; un pezzo molto mainstream, radiofonico e privo di anima. Walk Throughs This Life è decisamente più soul, e suona sicuramente più vera, certificando in pieno il suono della band, che risulta forse troppo prodotto e patinato. “Signs” prosegue in modo un po’ piatto, con i due minuti e trenta di Strengthen What Remains che rimarcano l’abisso tra l’attuale produzione dei coniugi e i rispettivi passati: gli archi e il breve intermezzo di flauto ne fanno un pezzo ideale per la colonna sonora di una commedia romantica. L’intro di piano della successiva Still Your Mind lascia spazio a un brano di maniera, che tuttavia ha il pregio di risultare più vero di altri, seppur con gli evidenti limiti che tutto il disco sembra avere: la chitarra pare tornare incisiva, e lascia supporre che non tutto sia perduto. Tralasciando il resto possiamo rimarcare i cinque minuti della conclusiva The Ending, brano acustico che mette in evidenza la qualità vocale di Susan senza tuttavia trovare quell’affondo che potrebbe farla diventare una grande canzone. A nostro avviso “Signs” rappresenta un passo indietro rispetto a “Let Me Get By” del 2016 che, comunque, era un disco controverso e lascia un po’ di amaro in bocca, non tanto per la qualità dell’album, quanto per essere una nuova occasione sprecata da parte di due musicisti che potrebbero scrivere la storia del rock. Attendiamo da entrambi prove più solide…

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