The Who: “Who“ (2019) – di Carmine Spinella

Sarà il caso di precisare che chi scrive è un fan “sfegatato” degli Who ed è quindi naturale che senta una certa emozione frammista a rimpianto nel ripartire dai superstiti di Shepherd’s Bush, da Roger e Pete, dal ragazzo di strada che fondò la Band e da quello che studiava di arte e musica. Agli albori si chiamavano Detours, poi High Numbers e, infine, The Who. Sono rimasti i due che caratterialmente erano agli antipodi, protagonisti di scontri epici anche fisici e soprattutto incomprensioni sul modo d’intendere la musica e la band. I “quattro ragazzacci” erano già attivi nel 1963 e tra la fine del 1964 e gli inizi del 1965 incisero il primo inno Mods: I can’t explain. Nello stesso anno ci fu l’esplosione con My Genaration, il brano che cambiò i connotati al Rock, un cazzotto nello stomaco, indurito nella musica e nei testi… non più accordi morbidi e testi melensi e sdolcinati e, come ebbero a dire Brian Jones e Keith Richard: “The Who sono stata la cosa migliore vista nel 1965”… poi Brian divenne fan e grande amico di Keith Moon.
Pete all’epoca era poco meno che ventenne e fu Kit Lambert ad incoraggiarlo a scrivere testi e musica, Pete non credeva di poterlo fare, ma Kit ebbe l’intuizione giusta, come per lo “stutter” di My GenerationThe Who con Stones e Beatles formavano la “sacra triade” Londinese ma, a differenza delle coppie Jagger/Richard e Lennon/McCartney, Pete era il solo a comporre musica e testi e, nel bellissimo docufilm “Amazing Journey: The Story of The Who” (2017), Roger ad un certo punto sottolinea il fatto di aver sempre lasciato Pete da solo nel creare e pensare musica: da un lato ne riconosceva il pesante fardello che trascinava, perchè in mezzo c’erano tourneè infinite e massacranti ed impegni pubblicitari che occupavano gran parte del tempo; ma dall’altro Pete desiderava essere solo nel suo creare, inventare e pensare. Oggi, a distanza di più di mezzo secolo, i tempi sono cambiati ed anche gli Who. Non ci sono più Keith Moon e John Entwistle e quindi non dobbiamo restare delusi se il nuovo disco suona diverso, gli stessi Roger e Pete sono diversi e non potrebbe essere altrimenti ma, una cosa è certa: tengono sempre alto il nome e la vita del Rock.
I testi parlano d’altro (Pete l’aveva preannunciato): non più conflitti generazionali ma piuttosto giustizia nel trattamento dei detenuti a Guantanamo (Ball and chain)… non più i problemi adolescenziali e personali ma piuttosto un omaggio agli eroi dopo la distruzione delle Torri gemelle con Hero ground zero, ma anche un ribadire le loro radici e i loro inizi in Street song… e questi ultimi due brani restano il momento più “Who” dell’intera incisione. “Who“ (2019) profuma di nuovo ma ha anche i suoi punti deboli, dovuti ai tempi che sono diversi e all’età dei “ragazzi superstiti”. Non si rintracciano i canoni degli inizi: la rabbia e la sfida che schiumavano dalla bocca e dagli occhi iniettati di strafottenza, non c’è più quel rock asciutto di tre strumenti ed una voce: oggi c’è, soprattutto, ciò che la tecnologia può offrire e Roger ma soprattutto Pete ne fanno un uso massiccio, con classe e capacità di lungo corso, con momenti di grande melodia e sentimentalismo in Beads on one strings. La chitarra rock e la voce di Roger in Rock in rage riporta per un attimo al sound di “Quadrophenia” (1973)… e poi momenti di folk e country rock e tanta contemporaneità in Break the news e She rocked my world.
All the music must fade ricorda tantissimo “Who Are You” (1978) mentre, tornando su Ball and chain non possiamo non sottolineare la forza e la bellezza che ci riportano a “Who’s Next” (1971) e che ben vedremmo inserito in quel “disco unico e perfetto” con Pete a giocare ai suoi effetti vibrati e la voce blues e stradaiola di Roger.
Pete ha scritto tutto da solo ma la cosa bella è che ha consegnato i brani a Roger per farne le opportune modifiche 
rispetto al suo timbro vocale attuale e magari metterci qualcosa di personale che più gli piacesse. A tal proposito Pete ha sempre ringraziato e riconosciuto che con la band ha potuto esprimere ciò che voleva perché Roger, Keith e John non lo hanno mai ostacolato nelle sue idee. C’è anche un bellissimo rigurgito di pop art che riporta alla metà degli anni 60 nella copertina curata da Peter BlakePeter e The Who s’incontrarono nel 1964 al Ready Steady Go e, successivamente, per la copertina di “Face Dances” nel 1981, non dimenticando la sua partecipazione alla copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (1967) dei “Fab Four”.
Insomma, bentornati The Who, nonostante gli anni mettete in fila tante band attuali e, soprattutto, non scadete in banalitàLong Live Rock (come cantavate nel brano inserito in “Odds & Sods” del 1974), sia esso Vivo o Morto e nonostante tutto ciò che ha investito le vostre vite: soprattutto la morte di Moon ed Entwistle che Jimmy Page definiva gli “Hooligans della Ritmica”Nonostante i morti di Cincinnati, nonostante le cadute, The Who si sono sempre rialzati senza indietreggiare di un centimetro, ribadendo sempre con forza e fierezza un Rock senza compromessi. Infine, ci piace ricordare una frase ricorrente in “Quadrophenia”: “Why should i care?!”… ma anche che quando Keith Moon “The Loon” ci lasciò (era il 7 Settembre 1978) il vostro fan “sfegatato” pianse come un bambino ed il giorno prima aveva compiuto 18 anni.

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