The Who: “quei bravi ragazzi” Mods – di Fabrizio Medori

Un ragazzo con un naso come il mio ha due possibilità per farsi qualche ragazza: o diventa campione di calcio, o sfonda in campo musicale. Io non ero capace di giocare a pallone”. Questa dichiarazione di Pete Townshend spiega meglio di qualsiasi analisi psico-sociologica l’attitudine degli Who nei confronti della musica. Non bisogna però sottovalutare la loro abilità tecnica e ancor meno la grande capacità compositiva dello stesso Townshend, ma solo considerare lo stato d’animo con cui questi quattro ragazzi ribelli si avvicinavano a uno stile musicale che già era considerato ribelle di per sé. Di poco più giovani dei Beatles, provenivano tutti dal West End, uno dei più poveri fra i quartieri operai di Londra. Fin dall’inizio, quando si facevano chiamare Detours, la loro fonte di ispirazione principale era un incrocio fra il rhythm’n’blues nero e il rock’n’roll, antesignani del northern soul che avrà un grande successo dalla metà degli anni 60 fino ai giorni nostri. La musica degli Who però non si fermerà qui, andrà subito molto avanti, grazie anche all’influenza che sul gruppo ebbe il movimento dei Mods
I mods erano qualcosa di più di una moda, di una banda di ragazzi, di un gruppo, per quanto esteso. Erano uno stile di vita, una sorta di grande famiglia, un esercito che non perdeva occasione per scontrarsi con i “nemici Rockers. Al contrario di questi ultimi, i mods erano eleganti e raffinati, al posto delle giacche di pelle indossavano giacche a tre bottoni e cravatte sottili, invece delle rumorose e ingombranti motociclette dei rockers, usavano i più maneggevoli scooters, specie se di marca italiana. La loro aria da bravi ragazzi nascondeva però una carica di ribellione davvero esplosiva, dettata dalla consapevolezza che il mondo non si stava adeguando alle loro esigenze. Gli Who rappresentavano alla perfezione lo stato d’animo di questi ragazzi e Townshend stesso lo racconterà magnificamente in “Quadrophenia”, disco del 1973, poi portato sugli schermi cinematografici nel 1978. Il cantante del gruppo era Roger Daltrey, un operaio piuttosto violento che poco prima di entrare nella band era stato espulso da scuola a causa del suo carattere poco tranquillo.
Altro elemento fondamentale del gruppo era John Entwistle, bassista, che insieme a Townshend aveva cercato di suonare jazz agli inizi degli anni 60, si era poi dedicato allo studio del pianoforte e aveva infine scelto il basso elettrico, di cui per anni è stato uno dei massimi virtuosi. Il suo carattere era più calmo e sicuramente serviva a bilanciare l’irruenza degli altri tre, soprattutto quello del batterista, Keith Moon, strumentista devastante e inarrestabile, capace fuori dal palco di far saltare con la dinamite le toilettes degli alberghi o di arrampicarsi fino alla finestra di Mick Jagger e sua moglie Bianca la notte del loro matrimonio. Questi elementi quasi folcloristici non devono far passare inosservata la elevatissima qualità della loro musica, che li porterà a un crescendo artistico incredibile, dai primi singoli di successo alla realizzazione di due opere rock che hanno cambiato il metro di giudizio della critica nei confronti di questa musica. Il loro primo singolo, I Can’t Explain, fu già un piccolo successo, bissato da Anyway, Anyhow e Anywhere, entrambi del 1965, prima della fine dello stesso anno pubblicarono My Generation, destinato a essere il loro brano più conosciuto, una sorta di manifesto in cui dicevano testualmente “spero di morire prima di diventare vecchio”.
My Generation” è anche il titolo del loro primo album, un successo straordinario in Inghilterra. Nel 1966 pubblicarono “A Quick One” che già nel brano omonimo – una piccola suite lunga dieci minuti – mostrava la via che il gruppo avrebbe intrapreso in futuro. Il disco del 1967, “Sell Out“, fu un ulteriore passo avanti. Gli Who dettero infatti una svolta politica alle loro canzoni, prendendo le difese delle radio libere, messe fuori legge dal governo, e parlando esplicitamente di truffe industriali. In quell’anno, dopo una serie massacrante di concerti, culminata con la storica esibizione al Monterey Pop Festival, gli Who riuscirono a conquistare il mercato americano. L’esibizione al Monterey Pop, ben documentata nel film omonimo, ci mostra il gruppo in una forma davvero smagliante. Nel 1969 arrivò, a coronamento di una stagione irripetibile un disco doppio che ha cambiato la storia della musica rock, “Tommy“. Il lavoro, rivoluzionario per l’epoca, non era una raccolta di canzoni ma una vera e propria rock-opera. “Tommy raccontava la storia di un bambino cieco sordo e muto che, dopo aver subito una lunga serie di torture psicofisiche, riesce a guarire e a diventare una sorta di guru.
L’opera fu in un primo momento rappresentata in teatro, con grande successo e con la conseguente pubblicazione di un altro album doppio e poi, nel 1975, divenne un film sotto l’abile e visionaria guida di
Ken Russell. A dimostrazione della forza degli spettacoli dal vivo arrivò nel 1970Live At Leeds“, un disco che ritrae il gruppo in modo particolarmente felice. Gli shows degli Who erano talmente concitati che durante un concerto Townshend si ruppe un dito della mano sinistra; e anche gli spettacoli meno violenti gli procuravano normalmente vistose ecchimosi su tutto il corpo per via dei suoi leggendari salti. Dopo la pubblicazione di “Who’s Next” (1971), che tornava a un progetto di tipo più tradizionale, gli Who incisero un altro progetto ambizioso, “Quadrophenia” (1973), che racconta la storia di un gruppo di mods e del modo in cui i loro sogni si andranno a infrangere contro il conformismo britannico. Dopo questo episodio la musica del gruppo perderà progressivamente tutte le caratteristiche “sixties” fino a giungere allo scioglimento del gruppo, all’inizio degli anni 90Il nostro consiglio è quindi quello di andare a recuperare tutti i lavori degli Who, almeno fino a “Quadrophenia“, per conoscere e apprezzare il gruppo che ha ispirato il punk e gran parte dell’heavy metal.

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One thought on “The Who: “quei bravi ragazzi” Mods – di Fabrizio Medori

  • Marzo 21, 2015 in 8:33 am
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    Descrivere una “Rock Legend” è sempre un’impresa ardua, sopratutto se lo spazio a disposizione non è poi così tanto.
    Ma devo dire che il pezzo mi piace. E’ lineare, descrittivo, e ben articolato, E, sopratutto,ti fa venir voglia di ascoltare i loro dischi….
    Conobbi The Who nel 1968, all’uscita di “Tommy”… Era l’anno in cui, a casa nostra, si ascoltavano “Azzurro” di Celentano, “Luglio” di Riccardo del Turco, “Ho scritto t’amo sulla sabbia”, dei fantomatici Franco I e Franco IV, e di straniero in classifica trovavi gli Aphrodite’s Child (Rain and Tears); i Led Zeppelin dovevano ancora arrivare, mentre Beatles & Stones restavano ancorati ai loro schemi ormai collaudati.
    Tommy fu una liberazione, la prova che si poteva andare oltre.
    La promessa che il Rock si poteva evolvere in qualcosa che restasse si viscerale, ma che al contempo ti facesse riflettere. Credo che tutta la mia generazione abbia letteralmente consumato quell’Album, io ancora lo ascolto spesso. Con lui siamo cresciuti, siamo diventati adulti; e se quella promessa è stata in fondo mantenuta è sopratutto grazie a Band come The Who e Album come Tommy.

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