The Who: “Behind Blue Eyes” (1971) – di Lorenzo Scala

Ciao Chiara. Per favore, non strappare questa lettera. O almeno, prima leggila. Non so da dove cominciare, quindi la inizierò così, come mi viene. I giorni nell’istituto colavano dal calendario senza che io me ne rendessi conto. Semplicemente dormivo immerso in un blu morboso privo di sogni. I farmaci che mi somministravano erano molotov dalle vampe soporifere. Una vera pacchia: la tachicardia in ritirata tra le piaghe dell’io distratto e i sensi di colpa  a saltare a corda nella fase r.e.m. come in una libera uscita da un servizio d’ordine. Il respiro regolare nel vuoto di una mente galleggiante. Quando mi svegliavo rimanevo stordito per almeno un’oretta, solitamente l’ora migliore della giornata, intontito a fare colazione con latte caldo e fette biscottate alla marmellata e a fumare sigarette leggere. Senza stare lì a chiedermi: “che giorno è?” Gli operatori dell’istituto erano tutti bravi ragazzi, operatori socio sanitari per lo più calabresi, sui venticinque anni. La terapista occupazionale era una tipa svampita con l’eterna espressione stampata sul volto a forma di punto interrogativo, sembrava continuamente chiedersi: “cosa ci faccio io qui?” Io invece sapevo perfettamente il motivo della mia permanenza in quella struttura. Inutile girarci intorno, mia vecchia amica. Sono molti gli anni che ci separano da quel giorno in cui litigammo fuori la Coop ma il ricordo è ancora vivido. Per cosa abbiamo litigato poi? Per nulla, ecco per cosa. La mia inquietudine a volte prendeva l’autostrada dell’adrenalina e perdevo il controllo. Una bella capocciata ti ho dato. Proprio ben assestata. Ti sei afflosciata come si afflosciano le poesie quando non vengono lette. Capirai, puoi immaginarti i sensi di colpa. Mi hanno chiuso nell’istituto ma la mia condanna personale me l’ero già affibbiata. Hai fatto bene a denunciarmi. Il mio tribunale personale, ovvero la consapevolezza di essere aberrante, cattivo, con una metà oscura a covare le sue uova radioattive nel mio cervello sfasato, mi aveva già condannato. In quei giorni, parlando con lo psichiatra, della struttura ho imparato il termine “bipolare”. La patologia in sé non era però il fattore predominante dei miei attacchi d’ira. Insomma, il quadro clinico era complesso, solite questioni affettive irrisolte e, inoltre, l’uso frequente di cocaina di certo non aiutava. Con i giusti farmaci e la psicoterapia ho cominciato a stare meglio. La luce, giorno dopo giorno, filtrava sempre di più tra le fessure dei miei numerosi tic. Poi, il sei febbraio 2009, Fernando, uno degli operatori socio sanitari, mi ha regalato un disco degli Who. Precisamente quello dal titolo “Who’s Next”, del 1971. Ricordo esattamente il momento in cui ho ascoltato per la prima volta la canzone Behind blue Eyes. Si ok, melodia perfetta, sinergia tra i musicisti, una voce, quella di Roger Daltrey, toccata dalla grazia di una sensibilità non comune… ma fu il testo. Quel maledetto, meraviglioso testo. Non mi era mai capitato di ritrovare la mia storia, la schiera delle mie numerose ombre, descritte così bene in poche semplici frasi: “Nessuno sa cosa vuol dire essere l’uomo cattivo, essere l’uomo triste dietro gli occhi azzurri, ma i miei sogni non sono così vuoti come sembra essere la mia coscienza”. Chiara ti chiedo scusa. La mia coscienza è viva e pulsa. Spero tu stia bene. Quello che ti ho fatto è imperdonabile e so bene che chiedere scusa  non sarà mai sufficiente a smorzare la gravità del mio gesto. Sono passati tre anni da quando mi hanno dimesso. Ora vivo a Londra, ho una compagna, prendo i miei farmaci e faccio il lavapiatti. Sono sereno. Ho comprato tutta la discografia degli Who. Ma per quanto la mia vita sembra aggiustata, io non dimentico… e continuerò a chiederti scusa tra un piatto lavato e l’altro, finché campo.

No one knows what it’s like / To be the bad man, to be the sad man / Behind blue eyes
No one knows what it’s like / To be hated, to be fated / To telling only lies
But my dreams, they aren’t as empty / As my conscience seems to be
I have hours, only lonely / My love is vengeance that’s never free
No one knows what it’s like / To feel these feelings like I do
And I blame you / No one bites back as hard / On their anger, none of my pain and woe
Can show through / But my dreams, they aren’t as empty / As my conscience seems to be
I have hours, only lonely / My love is vengeance that’s never free
When my fist clenches, crack it open / Before I use it and lose my cool
When I smile, tell me some bad news / Before I laugh and act like a fool
And if I swallow anything evil / Put your finger down my throat
And if I shiver, please give me a blanket / Keep me warm, let me wear your coat
No one knows what it’s like / To be the bad man, to be the sad man
Behind blue eyes

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.