The War On Drugs: “A Deeper Understanding” (2017) – di Massimiliano Speri

Il percorso artistico dei War On Drugs è forse la più felice espressione di quel peculiare filone che potremmo definire “arena indie”: un rock sì disilluso e passatista, ma che sfoga le proprie inquietudini sognando orizzonti infiniti anziché barricandosi nella propria stanza in affitto e che, pubblico permettendo, troverebbe cornice migliore in uno stadio antico piuttosto che in un localino alla moda. Le loro cavalcate atmosferiche hanno di fatto codificato un nuovo heartland rock, epico e sofferto, profondamente americano e apertamente derivativo nel maneggiare con disinvoltura la sacra triade Dylan (nella vocalità), Springsteen (nelle sonorità), Young (nella propensione per assoli che sembrano non finire mai).Il perno dell’alchimia è senza dubbio l’elegante logorrea chitarristica di Adam Granduciel, erede di quella tradizione di guitar heroes “alternativi” che potremmo far iniziare con Tom Verlaine e proseguire con Doug Martsch (sebbene con uno stile più classico e meno avventuroso): spesso i brani si risolvono in semplici trampolini di lancio per le sue chilometriche escursioni. E’ una musica di fascinosa onestà, che ha poco o nulla a che spartire con i pacchiani fuochi d’artificio degli Arcade Fire o con il dandysmo d’assalto dei The National (per citare altre due declinazioni “epiche” di uno stile costituzionalmente castigato), appunto perché alimentata di rock classico anziché di pop (post)moderno, in comunione con la Natura prima ancora che con il Presente. Dal folk-rock scalpitante di “Wagonwheel Blues” (unica testimonianza del passaggio tra le loro fila del concittadino e kindred spirit Kurt Vile) ai paesaggi in corsa di “Slave Ambient” fino allo shoegazing prosciugato dell’acclamato Lost In The Dream”, la band di Philadelphia ha inchiodato una formula così riconoscibile da sembrare immutabile: strutture e melodie non possono cambiare, a rinnovarsi sono semmai arrangiamenti e produzione. Questo atteso “A Deeper Understanding” conferma la tendenza: la maturità compositiva è indubbia, ma l’architettura-base delle canzoni non è poi così distante da quanto detto finora, mentre del tutto nuovo è l’approccio ai suoni, più sintetici e compressi, con largo spazio a tastiere e batterie elettroniche, e uno stratificato wall of sound a farla da padrone. Anche la chitarra del leader (responsabile pure della produzione e affaccendato con una miriade di altri strumenti) muta pelle pur rimanendo fedele a se stessa: più turgida nella dimensione e misurata nell’esecuzione, poche note tridimensionali proiettate nell’universo. Stessa sorte alla voce: mai così in evidenza e mai così riverberata, con ogni impercettibile sospiro a trasformarsi in uno spumeggiare di schiuma marina amplificato dal vento. In generale, tutto suona più “largo” e “profondo”, una magniloquenza che contagia la lunghezza delle tracce e lo rende il loro lavoro più dilatato (oltre 66 minuti complessivi). Se l’album precedente pareva immerso in una nebbia colorata, questo è gonfiato da un respiro balsamico, artico, una fenice di ghiaccio in picchiata su una prateria anziché uno stormo di uccelli che oscura il sole. Sin dal titolo e dalla bellissima copertina, è un lavoro che si allontana sempre più dal piglio “proletario” degli esordi per sublimarsi in un’umile spiritualità, carica di domande tese e urgenti, l’animismo panteista che può appartenere ad un poeta come al più semplice dei contadini. Up All Night è un inizio folgorante, una galoppata che mano a mano si carica di detriti fino ad esondare in un assolo spaziale per poi esaurirsi in un placido ruscello atmosferico, sormontata da una performance vocale da pelle d’oca. Non è da meno la successiva Pain, una tela per l’intenso virtuosismo di Granduciel, che se non fosse così poco rilassata e così tanto tormentata potrebbe quasi ricordare certe cose dei Dire Straits, mentre la più tonica Holding On, sarà per quell’ostentato scampanellare di glockenspiel, a tratti pare uscita da “Born To Run”. Le doti affabulatorie del gruppo trionfano sull’emozionante Strangest Thing, un boato in un canyon, crescendo strumentali da togliere il fiato e Granduciel al suo apice drammaturgico in un susseguirsi di penetranti stilettate lunari: non avrebbe sfigurato nella tracklist di “Disintegration”. Tutt’altri toni su Knocked Down, sofferta ballatona “virile”, tra Van Morrison e John Hiatt, dominata da uno struggente piano elettrico. Si riprende quota con Nothing To Find, il cui carattere apparentemente scanzonato viene tradito da uno stirato mormorio di armonica, prima di un finale vocalizzante quasi alla U2. Thinking Of A Place (primo singolo estratto) merita un discorso a parte: 11 ammalianti minuti sospesi in un vuoto rivestito di velluto, una passeggiata metafisica che a metà strada cambia marcia e si smarrisce dentro la propria ombra, conturbante come un sogno, pura come un desiderio, toccante come una preghiera; una piccola lezione di forma & sostanza che è forse la cosa migliore che la band abbia partorito finora. Dopo un simile viaggio astrale, In Chains suona quasi fuori posto ma, mano a mano, riesce a ritagliarsi lo spazio che merita, con la sua ipnotica risacca di pianoforte e i sontuosi pad quasi alla Simple Minds. Clean Living è un’altra ballata di classe, un volo interrotto tutto giocato sul raffinato interplay tra gli strumenti, con tanto di languido assolo di sax in chiusura. La conclusiva You Don’t Have To Go sta a metà tra Every Grain Of Sand e Drive All Night, accordi di pianoforte pesanti come promesse non mantenute inghirlandati da uno splendido fretless bass, un lento crescere rimanendo sempre sotto le righe, ammaccati ma non sconfitti. Nel complesso si riscontra un enorme passo avanti sotto tutti i punti di vista. Se “Lost In The Dream” aveva fatto gridare al miracolo per la coerenza della messa in scena e la potenza della suggestione, qui ci troviamo di fronte ad un lavoro ancor più solido e compiuto, da una band ormai pienamente consapevole delle proprie capacità e ben rodata nell’utilizzo dello studio di registrazione. Sempre la solita solfa, giusto incroccantita da una vernice più scintillante? Possibile. Rimane il fatto che “A Deeper Understanding” incanta ad ogni ascolto, e di questi tempi non è una qualità che si regala per strada.

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