The Syndrome: “Mach3” (2020) – di Ubaldo Scifo

Disponbile dal 4 maggio su Spotify, il nuovo singolo del gruppo The Syndrome tratto dal loro nuovo album “Re-Dirt” che i musicisti hanno deciso di somministrare a piccole dosi: si sa è roba forte è può causare inaspettati effetti collaterali. Il singolo s’intitola Mach3 e nel corso dell’intervista che segue sveleremo anche il motivo di questo titolo. Sono passati sette anni dall’ultima volta che i nostri eroi sono entrati in sala di registrazione e da quel momento hanno cominciato a esibirsi dal vivo senza tregua e senza mai replicare l’esperienza di suonare in studio. “Re-Dirt” sta per Rebirth e dietro questa parola c’e voglia di rinascere attraverso il cambiamento, attraverso nuove possibilità di esprimersi e di sperimentare grazie all’esperienza maturata on stage e come loro stessi affermano “con la consapevolezza e la maturità che ognuno di noi ha acquisito in questi anni sul proprio strumento ma soprattutto come band, per cui anche per chi ci segue dall’inizio sarà qualcosa di nuovo e dal sapore fresco, mentre per chi si appresta ad ascoltarci per la prima volta potrà benissimo recepire chi siamo e quali siano le nostre radici, il nostro amato power funk.” Energia e classe da vendere: ascoltando le tracce di questo nuovo album non ho trovato un momento di cedimento.
Raffaele Bova, frontman con la sua voce potente ma anche sapientemente modulata fino al recitato, trascina il gruppo con la forza di un vento selvaggio supportato da una sezione ritmica in certi momenti simile a un frantoio sonoro (Fabio Listo è stato svezzato a whisky e ascolti di “Bonzo Bonham con gli Zeppelin) mentre il basso di Emanuele Triglia ricama sapienti armonie e dissonanze e la chitarra di Claudio Bruno crea atmosfere a volte rarefatte, a volte funkeggianti, con grande sapienza, con tecnica e originalità nella scelta dei suoni. Rinascita, quindi, ma come dicono loro: “Una rinascita particolare, quella di una fenice che però non vuole scrollarsi via di dosso le ceneri e i tizzoni del proprio passato prima di volare per riprendere il suo cammino.” Una “Sporcizia da rockers” cui sono molto affezionati, e che è testimone delle loro imprese. Ho voluto approfondire con loro i temi dell’album ma anche fare un breve racconto della loro storia musicale.
È passato un po’ di tempo da quando avete fondato vostro gruppo. Riassumetelo in un pensiero. Beh sì, la vecchiaia avanza (ridono). Sicuramente ripensando al momento in cui per la prima volta abbiamo provato insieme non può che farsi largo sul nostro viso un grande sorriso e anche un senso di nostalgia, ma se dovessimo usare un sostantivo per riassumere l’esperienza “The Syndrome” di sicuro sarebbe “Delirio”. È sempre stato per noi un progetto legato all’energia che ci scorre dentro e che poi la musica tramuta in qualcosa di concreto e palpabile“.
Riassumete questo tempo in qualche tappa fondamentale.
“Potremmo farlo, dividendolo in tre sezioni fondamentali che poi in effetti descrivono tutte le tappe della nostra gavetta. Se volessimo usare dei titoli dal sapore biblico per chiamare queste sezioni potremmo intitolarle: Genesi”, “Esodo” e “Nuovo Testamento. Il primo periodo di sicuro racchiude le tappe che abbiamo attraversato ai nostri esordi, il periodo in cui il progetto ha preso vita e ci ha aiutati a prendere consapevolezza di ciò che poi avremmo davvero voluto fare nella vita, chi più e chi meno a tempo pieno, ossia la musica. I primi contest vinti o cui abbiamo preso parte, la stima di chi ci veniva ad ascoltare o faceva parte della giuria, insomma i feedback che ci hanno permesso di far risuonare nelle nostre teste, la stessa frase urlata e scandita da Gene Wilder (nel film “Frankenstein Junior”): “Si può fare!, si può tramutare un hobby in qualcosa di più, si può assecondare questa esigenza che ci accomunava e continua ad accomunarci e farla diventare un obbiettivo di vita, una priorità e, perché no, una professione. La seconda sezione, l’Esodo, è la fase della lontananza a cui questo progetto ha dovuto sottoporsi quando la vita di ognuno di noi ci ha portato altrove ed abbiamo perso la quotidianità cui eravamo abituati ma che allo stesso tempo ci ha reso più consapevoli del fatto che per tutti noi i The Syndrome sarebbero stati a vita un progetto di primaria importanza, e determinati a continuare ad esibirci anche se con una minore continuità ma sicuramente prendendo parte ad eventi più importanti come i vari festival in giro per la nostra penisola (Meeting del Mare in cui abbiamo avuto il piacere di aprire il concerto dei Verdena e Love Me Fest o Rock On in cui abbiamo potuto fare lo stesso con artisti come Brusco, Mama Marjas, Babaman e lo Stef Burns trio e le loro favolose line up) e per l’Europa (come il Veszprem Utcazene Festival in Ungheria, nel quale ci siamo esibiti per quattro edizioni consecutive e che porteremo sempre nel cuore). In fine la terza fase, un Nuovo Testamento, ossia questo nuovo disco, “Re-Dirt” che vi presenteremo a breve e che verrà anticipato dai vari singoli contenuti in esso, Mach3 per primo, e che ci ha messo davanti all’esigenza di creare un carnet di nuove tracce che esprimessero tanto le conoscenze che abbiamo acquisito nei vari anni in cui siamo stati lontani ad approfondire ognuno il suo strumento, ma soprattutto il nostro modo di vedere questa realtà che ci troviamo a vivere che si presenta ricca di contraddizioni ma allo stesso tempo di spunti per crescere e occasioni da cogliere.
Quanto siete cambiati e quanto è cambiata la vostra musica?
“Chi ci conosce sa quanto cammino abbiamo percorso da quando abbiamo lanciato i nostri primi pezzi, ma l’imperativo che abbiamo sempre tenuto a mente è quello che i latini esprimevano con “Ad Majora!”, cioè il voler sempre aggiungere un tassello in più alla qualità del nostro lavoro senza mai ripeterci tanto nello stile che nelle produzioni. Insomma è cambiato tutto, ma allo stesso tempo non è cambiato ciò che ci accomuna ed il legame che ci unisce”.
Ho avuto conferma, ascoltando le tracce dell’album che questa è una di quelle tappe fondamentali di cui si parlava prima. C’è una ricerca di nuove sonorità, di nuove espressioni, di codici di comunicazione. L’album ha una ricchezza particolare, ha freschezza di idee, padronanza di linguaggi musicali. State cercando qualche ambito particolare o l’ambito è proprio la libertà di etichette?
“Esattamente, etichettarci non ci è mai piaciuto anzi abbiamo sempre cercato di sdoganare il nostro messaggio dai clichè. Il nostro sound infatti può sembrare irrequieto, basti pensare che all’interno di ogni nostro album ogni canzone tenta di differenziarsi radicalmente dall’altra, ma allo stesso tempo stabile ed equilibrato perché abbiamo sempre avuto in mete questo obbiettivo, mai ripeterci, mai essere banali e mai rinchiudersi all’interno di categorie prestabilite ma pensare sempre e solo a ciò che volevamo esprimere, ossia la nostra visione del mondo e della nostra arte che è la Musica”.
Ma se ci fossero delle etichette quali scegliereste per la vostra musica?
“In realtà con gli anni in tanti, fra coloro che ci hanno ascoltato, si sono cimentati a trovare un’etichetta per definirci. Se dovessimo scegliere una, quella a cui siamo più legati è sicuramente quella di “Power Funk”. Il funk infatti è sempre stato il nostro genere e linguaggio musicale preferito, ma il nostro sound è nettamente diverso dal funk classico di James Brown o George Clinton, questo può essere facilmente constatato da chiunque ci ascolti, sebbene ne condivida le basi ritmiche molto spesso, vuole esprimersi in maniera più potente con chitarre cariche di distorsione e voci aggressive, batterie grezze e basslines ferrose e ricche di effettistica”.
Se ci sono o avete voglia di rispondere, quali gruppi in attività o non più vi ispirano, o in generale che tipo di musica ascoltate? Può rispondere uno per tutti o ognuno singolarmente.
“Beh un paio li abbiamo citati prima, ma possiamo tranquillamente dire che tra le nostre influenze possiamo spaziare dai Red Hot Chili Peppers dei primi album agli Incubus di “Fungus Amongus“, dai Primus ai Rage Against The Machine, dai Led Zeppelin ai più recenti Unknown Mortal Orkestra, da Jeff Buckley agli Alice In Chains (il richiamo a questi ultimi è netto anche nel titolo del nostro nuovo album “Re-Dirt” che vuole ricollegarsi al loro celebre capolavoro “Dirt“)”.
Preferite suonare dal vivo o preparare i pezzi in studio e proporli su supporto digitale, o in streaming?
Assolutamente il live! Siamo una band che ha macinato migliaia di chilometri per esibirsi dal vivo di fronte ad un numero sempre maggiore di persone proprio perché la scarica di adrenalina che ti da lo scrosciare degli applausi o un ascoltatore, amico o fan, che si complimenta per il lavoro svolto e l’energia percepita non potrà mai essere paragonabile a tutti i like del mondo! Siamo di vecchio stampo a questo riguardo… (ridono)”.
Parliamo di Mach 3: Il pezzo mi piace molto (Mi ricorda il periodo post-punk, gruppi come The Cure, The Smiths, vissuto però con più consapevolezza e disincanto). Trovo una sorta di malinconia…Un blue mood che non ferma però la voglia di volare via… O no?
“Verissimo, il messaggio che vogliamo comunicare con questo pezzo che appunto è l’apripista del nostro nuovo disco è un sonoro “Non ti curar di loro ma guarda e passa”. Tutti almeno una volta nella vita si sono trovati a dover affrontare il giudizio ingiusto o addirittura il pregiudizio di chi ci circonda per le stranezze o le propensioni che rendono ognuno di noi unico e speciale, in particolar modo chi ha deciso di fare dell’Arte e dell’espressività il proprio mestiere e obiettivo di vita. Tuttavia ciò che dobbiamo sempre tener presente è che non si può essere sempre compresi nelle proprie declinazioni e che quindi nonostante le risate meschine o le dita accusatrici che ci investono dobbiamo avere il coraggio di continuare a volare, di continuare a tener presente il nostro obbiettivo e che l’unico limite (ormai neanche più) è il cielo. È senza dubbio una tematica del tutto nuova per noi che ci ha fatto molto riflettere scrivendo questo brano e la cosa si palesa nel fatto che le su sonorità sono del tutto atipiche all’interno del disco, come se fosse un satellite che ruota, come ogni altro pezzo d’altronde, intorno al pianeta che è “Re-Dirt“. Scegliere Mach3 come singolo è stata una scelta a lungo ponderata da tutti noi proprio per questa stranezza che lo caratterizza ma che allo stesso tempo lo rende perfetto, a nostro avviso, per essere l’apripista di questa nuova esperienza”.
Il testo è anche molto poetico, conferma anche quello che mi avevate detto. “Alcuni dicono che sono quello che canta da solo. / Alcuni dicono che sono quello del tutto freddo. / Come disse un uomo saggio, io posso cadere / ed anche se voi ridete la mia mente è tra le stelle. / Sto cadendo, o almeno così è per voi. / Sto volando alla velocità del suono” 
(trad. da Mach3). So che è difficile fare questa domanda ed è difficile rispondere ma ci proviamo: che progetti avete per un prossimo futuro? 
Per i progetti a lungo termine non ci esprimiamo, siamo sempre stati consapevoli che la vita segue vie misteriose ed è controproducente cercare di puntare lo sguardo troppo oltre l’orizzonte. Questo infatti rischia di disperdere le energie che vanno impiegate nel qui ed ora, ma siamo altrettanto sicuri che questo non sarà il nostro ultimo lavoro quindi se vogliamo un altro disco e poi un altro ancora sarà sempre fra i nostri pensieri. Di sicuro ci auguriamo di portarlo in tour il prima possibile, quarantena permettendo (ridono).
Mi piace terminare questa intervista citando il testo di Eugenio Finardi(…) E io amo questa gente che si da da fare / che vive la sua vita senza starsela a menare / che non teme la fatica ma che non si fa sfruttare / perché sa dove vuole arrivare / perché sa come deve arrivare”. (Diesel). 

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