The Stone Roses: “The Stone Roses” (1989) – di Nicola Chiello

“The Stone Roses” è l’evento di una nascita e di una rinascita, è un album che inaugura definitivamente la scena Madchester ma che soprattutto riporta in auge l’allegria, la spensieratezza, il Jangle, persino le parole di protesta dei magici sixties. Più di quanto, a nostro avviso, abbiano fatto i “Beatles del 2000” o i loro “avversari”, i Blur. Merito di Ian Brown (la voce dalla quale prese ispirazione Liam Gallagher), John Squire (la cui chitarra capace di assoli come quello di Made Of Stone, spazia abilmente da jangle anni 60 a riff distorti), Gary “Mani” Mounfield (con i suoi immancabili giri di basso presenti e pulsanti) e Alan “Reni” Wren, l’anima “Madchesterina” del gruppo. Ci troviamo in una stazione ferroviaria dove sentiamo gli stridii dei treni che si fermano e ripartono: prendiamo quello di I Wanna Be Adored, sognante ma spedito dal riff di basso iniziale, elemento costante e caratteristico dell’opera degli Stone Roses. Partenza perfetta e seguito che non tradisce, come ci viene confermato da She Bangs The Drums (inquieta e frizzante) e l’inconfondibile riff di Waterfall. Il terzo brano è uno degli 11 in cui più si avverte l’influenza Madchester nell’esecuzione di Reni. Proseguendo il viaggio ci imbattiamo nella psichedelica Don’t Stop, con le sue melodie registrate al contrario, il suo testo altrettanto stravagante e la voce trascinata e trascinante di Ian Brown. Con Bye Bye Badman è come se tornassimo nel ’68, ammaliati dal testo di protesta ispirato proprio a quell’anno, comprese le pietre lanciate e i baci alla francese. “These stones I throw / Oh these french kisses”. Gli Stone Roses suonano però la loro musica alla fine degli anni 80 e, nello stesso brano, non potevano certo non protestare anche contro “The Iron Lady”. “You’ve been bought and paid / You’re a whore and a slave”. Come se non bastasse, nei seguenti 50 secondi di Elizabeth My Dear l’attacco viene diretto invece alla Regina, accompagnato da una suadente chitarra folk. Ormai conquistati dall’allegria e dai coretti dei sixties ci facciamo quindi trascinare dalla birichina (Song For My) Sugar Spun Sister e da Shoot You Down. La traccia di mezzo, Made Of Stone, merita più attenzione… è un rock potente che quasi presagisce il cambio di orientamento verso gli anni 70 del secondo album del gruppo: “Second Coming” (1994). Il brano è freddo come la pietra e squarciato nel mezzo dal graffiante assolo di Squire. Infine, il trionfale epilogo, con la magnifica This Is The One e l’ancor più grande I Am The Resurrection, il quale titolo esprime a pieno il succo del Britpop. L’ultima, in stile Byrds, batte i primi secondi con la batteria di Reni seguita dal solito riff di basso, sul quale si costruisce, aggiungendosi, la chitarra di Squire. La traccia dura all’incirca 8 minuti, di cui la metà si trasforma in uno scoppiettante blues rock. Si chiude così il capolavoro di un gruppo di artisti sospesi nel tempo tra futuro e passato, di una band che ha usato gli anni 60 come rampa di lancio verso gli anni 90, precedendo così il Britpop. Non fosse per la graduale perdita del grande pubblico dovuta a cinque anni di assenza dal panorama musicale e ad un secondo album (che è un po’ l’incubo di tutti i musicisti) totalmente diverso dal primo ma di ottima qualità. “The past was yours/ But the future’s mine/ You’re all out of time”.

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Un pensiero riguardo “The Stone Roses: “The Stone Roses” (1989) – di Nicola Chiello

  • settembre 27, 2017 in 8:25 am
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    Quekka triade da parte dagli Stone Roses, passa per i The Verve fino agli Oasis… Fu davvero un momento magico, che musica…

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