The Stone Roses: “Second Coming” (1994) – di Nicola Chiello

“Second Coming” è il secondo album del quartetto inglese The Stone Roses, incisione che segnò l’inizio del loro declino perché registrato nel decennio sbagliato, disco maledetto e bellissimo. Già nei primi minuti si sentono i graffi della chitarra di un John Squire… diverso da quello di quindici anni prima, il chitarrista dal virtuosismo sottile e i Jingle Jangle. Stavolta abbiamo un John Squire che sembra suonare come Maestro Page in un intro di quattro minuti e mezzo tanto psichedelica e sinistra quanto le atmosfere che tanto frequentemente venivano fuori dalle improvvisazioni stregate degli Zeppelin; che sfocia poi nelle acque del paradiso in Breaking Into Heaven. Ad aspettarci c’è un Ian Brown dalla voce più amara, quella che ha ispirato il giovane Liam Gallagher a cantare nello stile che ben conosciamo e che lo ha reso molto più famoso del suo idolo. Dopo il paradiso viene l’inferno e l’anticristo di cui parla Driving South, aperta da un riff blues e tremendamente hard rock nelle tre tonalità della musica del diavolo, con tanto di spettacolare assolo. “I’ve got a toll-free number you can ring, 0 800 triple six, oh yeah”, per chi volesse fare uno squillo a Satana. Dopo la seconda traccia veniamo quasi delusi da Ten Storey Love Song, che conserva però la magia di “The Stone Roses” del 1889, in stile canzonetta anni 60… è come se gli Stone da rocker cazzuti si trasformassero in scolaretti classe ’49. Le sorprese non finiscono qui, infatti in Daybreak il genere si sposta al funky. Il pezzo valorizza l’alchimia tra il bassista Mani e il batterista Reni, che già dal debutto si erano fatti valere come una delle sezioni ritmiche più importanti della musica rock. Your Star Will Shine è un’indianeggiante ballata acustica, trascinante e dalle dolci parole che si spengono in un finale ambiguo… Si torna al funky con Straight To The Man, questa volta dal sound più vicino a Superstition di Stevie Wonder, per poi ritrovare la vena Madchester del gruppo nella frenetica e convulsa Beggin’ You, vicina invece ai da poco formatisi Chemical BrothersTightrope è un’altra canzone acustica sognante e dalle sonorità blues, una di quelle canzoni che ti spingono a battere le mani con gli occhi chiusi… Il blues ritorna elettrico in Good Times, ed ecco che frontman e chitarrista riprendono grinta, sostenuti dal basso deciso di Mani e i piatti scoppiettanti di Reni. Tears richiama forse troppo i Led Zeppelin e il loro capolavoro Stairway To Heaven: la canzone, dopo accordi e arpeggi di sola chitarra, voce e una tastiera soffusa di sottofondo, segue la stessa trasformazione a pezzo movimentato e conseguente esplosione di strumenti tutti insieme. Anche se la decima traccia è degna dell’album e come le altre è un’ottima canzone, Stairway, inutile dirlo, rimane insuperata. Dopo il tormentato testo di Tears la più leggera e allegra How Did You Sleep ci fa sorridere e ci prepara dolcemente al gran finale… e che finale! Love Spreads, nonostante lo scarso successo dell’album arrivò al secondo posto della classifica britannica dei singoli più ascoltati ed è effettivamente la miglior traccia dell’album. Riff di slide guitar alla Jimmy Page più che mai, sei minuti di hard rock trascinante e mai esagerato, con bassi potenti e batteria pulsante. Ecco il capolavoro che nel 1994 fu apprezzato da pochi ma che se fosse uscito negli anni 70 avrebbe messo sull’attenti pure il dirigibile

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