The Sonics al Tilt di Avellino – di Pietro Previti

Avellino, 16 Febbraio 2018. Ammetto che nutrivo qualche perplessità sul concerto dei Sonics al Tilt di Avellino. La presenza nella formazione attuale di un solo componente originario del complesso di Tacoma, il sassofonista Rob Lind, mi faceva temere che avrei assistito all’esibizione di un’onesta cover band alle prese con un repertorio classico, ma che rischiava di apparire datato se non adeguatamente affrontato. Fortunatamente non è andata così. Pur privi degli altri due membri fondatori Gerry Roslie (organo, piano e voce principale) e Larry Parypa (lead guitar), ancora presenti in occasione dell’ultima tournée italiana del 2016, The Sonics hanno tenuto fede alla loro fama di band eccitante e formidabile ed in tal senso i recenti ingressi del chitarrista Evan Foster (Boss Martians) e del tastierista Jake Cavaliere (The Lords of Altamont) hanno dato nuova linfa ad una line up già abbondantemente collaudata dal vivo, che ha il suo punto di forza nell’affidabile ed inesauribile sezione ritmica composta da Don Wilhelm (basso elettrico) e Dusty Watson (batteria). Serata da sold-out annunciato, Rob e soci hanno dato vita ad un live-set dalla durata complessiva di circa settanta minuti, bis compresi, in cui hanno riproposto una scaletta di venti brani, praticamente il meglio della loro produzione. Autori di due leggendari album, “Here are the Sonics” (1965) e “Boom” (1966), editi per la Etiquette, label dei parimenti mitici The Wailers, The Sonics hanno riproposto tantissimi classici tratti dal loro repertorio, mantenendo inalterate la ruvida energia ed il suono grezzo che  li ha contraddistinti nel corso delle stagioni musicali, tanto da renderle icone riconosciute e venerate del Garage e del Proto-Punk. Un susseguirsi incessante di emozioni dall’iniziale Cindarella, alle successive Shot Down e Have Love, Will Travel (prima delle due cover omaggio a Richard Berry)… ed ancora la satanica He’s waiting e Dirty Robber, ripresa proprio dai The Fabulous Wailers. La sequenza da uno-due è capace di mettere ko un buon numero di spettatori; la riproposizione della classica Lucille di Little Richard e la versione di Louie, Louie (sempre di Richard Berry) non ammettono repliche e portano la temperatura del locale a gradi elevatissimi.  Boss Hoss, Money (That’s What I Want) e la stratosferica Psycho di Gerald Roslie sono i tre brani estrapolati dal primo storico long-playing, prima della brevissima interruzione a precedere i bis. Dopo l’incendiario boogie di I don’t need no doctor, seguono Strychnine e The Witch, altri due classici a firma Roslie, sempre dalla primissima produzione della band di Tacoma, Stato di Washington, nei pressi di Seattle. Nativi proprio di quella città, Jimi Hendrix e Kurt Cobain si sono sempre dichiarati grandi estimatori dei Sonici. Protagonisti di una breve, irripetibile, stagione a cavallo degli anni Sessanta, possono considerarsi gli ultimi eroi del Rock’n’Roll prima dei venti hippy che spazzeranno la loro mitologia alla James Dean in acido fatta di ragazze in abiti succinti, corse in automobile e nottate passate in interminabili scorribande al limite del lecito. A differenza della Summer of Love e dei suoi protagonisti, The Sonics verranno ampiamente rivalutati negli anni Settanta e riconosciuti tra i progenitori più credibili ed illustri del nascente movimento Punk. La capacità di  esporre il proprio credo in pezzi dalla brevissima durata, contraddistinti da una voce psicotica ed urlata e da riff chitarristici spasmodici, in un crescendo di suoni violenti ed aggressivi, risultava formula assolutamente convincente per i ragazzi dell’epoca ed ancora oggi appare godibilissima. Il concerto è terminato; nonostante l’ora tarda e l’umidità pare quasi faccia caldo.

Evan Foster: guitar. Don Wilhelm: bass guitar, vocals. Rob Lind: saxophone, harp, vocals.
Jake Cavaliere: keyboards, vocals. Dusty Watson: drums.

Foto e articolo di Pietro Previti © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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