The Sonic Dawn: “Into The Long Night” (2017) – di Giovanni Capponcelli

Per chi non si stanca dell’acido in musica, dopo il pregevolissimo “Loveland” dei francesi Wall Of Death, è la Danimarca a ritornare al flower pop per chitarra in fiamme dei Love, qui adeguatamente sedotta dai sudori texani dei gruppi della International Artists (quella dei Golden Dawn, più che un’assonanza…). Il secondo album, primo per la Heavy Psych Sounds, questo trio di Copenhagen lo ha inciso nelle lunghe notti subartiche, sperduto sulla costa del Mare del Nord. Non proprio il centro della scena. Ne esce dunque un “retro psych-pop” coloratissimo, naif e mai troppo abrasivo. Vintage, della sponda della vecchia L.A. più morbidamente appoggiata alla spiaggia, quella pure dei GospelbeacH: gente per cui l’orologio si è fermato nel luglio del 1966 dalle parti di Venice. Percola anche una liquida dose di cuore latino da “Abraxas” in On The Shore per esempio; mentre Numbers Blue si piega ad una deformazione hard degli episodi più stralunati dei Byrds di “Younger Than Yesterday”, manipolati con la perversione “western” dei primi Doors (la cui ombra ritornerà nell’allucinazione raga-rock di chiusura, Summer Voyage); e forse la parte più datata è anche quella più credibile e godibile: Six Seven, la stessa vena pulsante della 7 and 7 Is di Arthur Lee, con quel bel riverbero che piaceva ai Ventures ed il beat di  Tommy Hall dei 13th Floor Elevators. Esercizio di stile, falsificazione e restauro di perizia encomiabile, come dei Black Angels meno neri e meno cupi o un Ty Segall ripulito dell’abrasività rugginosa della sua psichedelia.

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