The Smoking Trees: “The Adventure Continues…” (2018) – di Ignazio Gulotta

The Smoking Trees nascono dall’idea di due amici che lavoravano nello stesso negozio di dischi di Los Angeles nel 2011, ma il loro debutto discografico ci sarà solo nel 2012, prima autoprodotto, e poi ripubblicato l’anno successivo su Ample Play Records. Da quel momento il duo ha raccolto intorno a sé l’apprezzamento degli appassionati di psichedelia per la sua capacità di creare melodie accattivanti e stordenti, con arrangiamenti che occhieggiano alla psichedelia morbida di BeatlesDonovan, ZombiesSopwith Camel… e a un certo spirito hippy e orientaleggiante. Ma dopo tre album Al Rivera aka L.A AL abbandona la barca lasciandola nelle mani del solo Marin Nuñez aka Sir Psych, che così ha prodotto, scritto, arrangiato, suonato e cantato in solitudine questo lavoro significativamente intitolato “The Adventure Continue…” che esce per la Burger Records e non devia dalla strada già tracciata negli anni precedenti. Indubbio il sapore vintage di questi brani e, certo, gli Smoking Trees non sono i soli a rifarsi esplicitamente agli anni d’oro della psichedelia, con loro band come i Quilt o i Foxygen o gli Allah Las, tanto da poter parlare di un piccolo movimento neopsichedelico di gusto decisamente retrò. Il rischio connesso è però quello di cadere nel manierismo, in una riproposizione non sempre ispirata, ma che sa di calligrafismo; è quello che è accaduto per esempio con i Quilt che a un primo disco eccellente hanno fatto seguire un lavoro che mancava dello smalto e della brillante freschezza del debutto. Ed è quello che parzialmente rende questo lavoro – meno nel complesso – convincente dei precedenti, potrebbe anche essere colpa della dipartita del partner. Non sempre è semplice gestire un disco tutto da soli, ma l’album non convince appieno. È certo godibile, molte melodie sono riuscite e sognanti al punto giusto, certi arrangiamenti con quei tintinnii, i sitar sbilenchi, le chitarre jangle non lasciano indifferenti, ma è il risultato complessivo a lasciare perplessi: c’è un che di irrisolto, di incompiuto, sembra sempre che manchi qualcosa. Forse realizzare un disco di ben 16 tracce tutte oscillanti (tranne una di quasi 6 minuti) fra i 2 e i 3 minuti, lascia a volte un senso di insoddisfazione, la sensazione che avremmo voluto ascoltare di più, sentire un maggiore sviluppo in tracce armoniose e suadenti come l’indolente Who Is the the Villain? o la tamburellante Psychedelic Sunset. Intendiamoci il disco è di tutto rispetto, brani come Life… Death col suo reticolo di sitar e tabla degno omaggio al George Harrison orientaleggiante, la catatonica e cantilenante Dear Sun, la dolce ed estatica More Than Friends, funzionano alla grande e nel complesso il disco è adattissimo per ascolti bagnati in lisergiche atmosfere. Forse quel che servirebbe è un maggior senso della misura e dell’equilibrio, anche se magari, a ripensarci, si perderebbe quel carattere deliziosamente dilettantesco, che sa di lo-fi e bizzarria, che è un po’ il marchio di fabbrica dell’albero fumante… e allora non ci rimane che promuovere l’album e attendere i prossimi sviluppi, visto che l’avventura continua.

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