The Smiths: “Please, Please, Please, Let Me Get What I Want” – di Lorenzo Scala

Ricordo molto bene quei giorni bagnati d’ansia e adrenalina. Il paese mi sembrava carino e pieno di possibili scenari, incontri fortuiti che aspettavano solo di svelarsi. Le uniche persone con cui avevo scambiato qualche parola durante la prima settimana erano: la tabaccaia prorompente e bocca larga, solare e irriverente, sempre a parlar male di quel prete un poco ambiguo, di quel carabiniere nullafacente o di quel gruppo di fascistelli… provai una simpatia immediata per questa signora alta e abbondante dal fare teatrale e nevrotico. A seguire l’anziano proprietario dell’alimentari, burbero e taciturno: ero riuscito solo a farmi dare le indicazioni per la piazzetta, dove da li a poco avrei raggiunto la mia nuova abitazione nel vicolo adiacente. Infine la vigilessa che mi battezzò al volo, il primo giorno, con una multa perché avevo lasciato la macchina parcheggiata per ventisette secondi davanti al monumento dei caduti. Il fatto è che quel monumento era veramente minuscolo, quando lei me lo indicò stizzita ricordo di aver pensato: “questo è un paradosso bello e buono, persone morte combattendo ricordate attraverso quello sgorbio”. Oltre a queste tre persone, il nulla. Il vuoto. L’apnea sociale. Finché un pomeriggio, mentre facevo una pennica immerso nel fresco al sapore di polvere e umidità che hanno le case antiche nei centri storici (dove il sole non riesce del tutto a filtrare nei vicoli lasciandoli sempre mezzi bagnati) fui svegliato dalla melodia di “Please, Please,Please, Let Me Get What I Want“ degli Smith. In quel momento preciso la mia memoria fu  marchiata a fuoco dal  misto di sensazioni surreali e contrastanti che provai nel giro di pochi secondi:  mi sentii immediatamente tirato in causa, come da ragazzino, quando spalmato sull’ultimo banco durante l’appello, trasognato, perso nei miei mondi, d’un tratto ero riportato bruscamente  alla realtà dal suono del mio nome e cognome pronunciato  dall’insegnante. Ricordo infatti che alle prime note della canzone balzai dal letto come a dire: presente!  Poi il tarlo della curiosità cominciò a girare frenetico e sottocutaneo per tutto il mio febbrile corpo… il mio corpo così bisognoso di un qualsiasi colpo di scena sembrava finalmente essere stato ripagato. Pensateci, vi trovate a vivere soli, in un paese minuscolo e poco popolato che ancora non conoscete, avete scambiato quattro parole in croce con tre persone nel giro di una settimana, d’un tratto… Booom. La magia malinconica e claustrofobica dei The Smiths sparata a un volume che definire illegale sarebbe un eufemismo. “Good times for a change”. Come pervaso da una sorta di automatismo rituale… per intenderci, come se qualcuno mi avesse chiamato dal vicolo, mi affacciai alla finestra. Le case di paese funzionano cosi, se ti affacci alla finestra a un metro e mezzo dal tuo naso trovi la finestra della casa di fronte. Oltre quel vetro opaco e le sue incrinature, una ragazza in mutande smucinava dentro un frigorifero Fiat anni cinquanta, lasciandomi spiazzato con la centralina nervosa in tilt e gli occhi incollati a quella visione. Lei, poco alta, con le spalle strette e un seno perfetto tutto da baciare e mordicchiare, capelli neri e lunghi, mutande viola, la sigaretta appesa alle labbra carnose, mi guardò sorpresa, abbozzò un sorriso imbarazzato e magnifica e spregiudicata come solo una ventenne sa essere, mi sparò un dito medio che squarciò di luce quella giornata uggiosa. Poi chiuse il frigo e cambiò stanza. In quell’istante la canzone terminò. Solo silenzio… la mia faccia diventata bordò e la sua cucina ormai vuota. “Please, Please, Please, Let Me Get What I Want“ dura esattamente un minuto e cinquanta secondi. Esattamente il tempo che ci vuole per innamorasi in una giornata estiva  gravida di nubi e solitudine… e mutande viola. La voce di Morrissey. E il presagio di un futuro che sa sorridere imbarazzato, tra il fumo di una sigaretta e un dito medio.

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