The Smashing Pumpkins: “Mellon Collie And The Infinite Sadness” (1995) – di Nicholas Patrono

Marci come il suono di un coltello che affonda in una zucca, i The Smashing Pumpkins tengono fede al loro nome con una discografia che straborda malessere e depressione, specie nei primi anni della loro lunga carriera. Siamo a metà degli anni 90, i Nirvana di Kurt Cobain hanno conquistato i giovani al ritmo di brani ammalati. I The Smashing Pumpkins sono attivi dal 1988 e segnano un percorso parallelo alla band di Cobain e compagni, virando su un Alternative Rock in parte discendente dal Grunge dei Nirvana, ma con un lato sensibile, un delicato Alternative che attrae i giovani e parla ai loro malesseri più profondi. Guidati dall’estro del frontman Billy Corgan, cantante, chitarrista e all’occorrenza tastierista, i The Smashing Pumpkins producono “Mellon Collie and the Infinite Sadness” (Virgin Records), il loro terzo disco, nel 1995. È il seguito del debutto “Gish” (1991) e dell’iconico “Siamese Dream” (1993), album, quest’ultimo, che segna il loro approdo nell’apprezzamento del grande pubblico.
Malattia, alienazione, depressione, tutto confluisce in “Mellon Collie and the Infinite Sadness”. Tre vinili, due CD, ben ventotto tracce nell’edizione originale, più di due ore di durata. Una prova: i The Smashing Pumpkins di quel periodo non solo erano una voce giovane e diversa, ma sentivano un profondo bisogno di esprimersi artisticamente… e Billy Corgan e colleghi si esprimono eccome in “Mellon Collie and the Infinite Sadness”, non a caso l’album più lungo che abbiano mai pubblicato, a meno che non si consideri come un unicum il mastodontico concept “Teargarden by Kaleidoscope”, pubblicato a spezzoni tra il 2009 e il 2018.
Desolante l’ouverture di piano del primo brano, la title-track Mellon Collie and the Infinite Sadness, che richiama la copertina surrealista con le sue atmosfere trasognate, quasi astrali, arricchita di archi dolcissimi. Si sfocia poi nel primo brano, Tonight, Tonight, ballata ammantata di chitarre morbide, archi e un generale abbattimento struggente, che evoca atmosfere innevate. L’elemento meno azzeccato in questo brano, e nei The Smashing Pumpkins in generale, è la voce acidula, stridula e sgradevole di Billy Corgan, poco adatta a ballate di questo tipo, dove una buona tecnica vocale può fare la differenza. Diversissima JellyBelly, dove la band si sveglia dal torpore e inizia a pestare, cosa che rende più digeribile l’agonia vocale di Billy Corgan, malato al punto giusto per questo tipo di pezzi. Segue Zero, da segnalare tra i brani meglio riusciti del lotto, tra chitarre sovraincise, rumori di fondo lasciati di proposito e un ritornello nato apposta per questo vocalist. Si spinge ancora con Here Is No Why, pezzo che trova nelle influenze Grunge la propria anima, per poi impantanarsi nella sinistra Bullet With Butterfly Wings.
Primo singolo rilasciato per l’album, grande hit della band, la canzone si trascina tra strofe più ragionate e un ritornello che è un cazzotto in faccia. Brano fangoso e sporco come il videoclip, dove uomini disperati affondano tra sabbia e fango sulle grida rabbiose del vocalist. Si spegne tutto con To Forgive, un mattone di disperazione, pesante come un groppo in gola, per poi tornare a sfogarsi con Fuck You (An Ode to None), pezzo guidato ad alta velocità dal groove del batterista Jimmy Chamberlin, da ascoltare lanciati ai 130 km/h in autostrada. Straniante, invece, l’apertura di Love: synth, voce distorta e atmosfere malate sferzano un brano da funghi allucinogeni. C’è spazio per un breve – nonché unico – episodio più felice, Cupid de Locke, subito abbattuto dalla sofferente Galapagos e sepolto dalla rabbiosa Muzzle, dolorosa come il morso di un cane malato di rabbia. C’è tempo da vendere per sperimentare con la lunghissima Porcelina of the Vast Oceans, tra i brani più interessanti per songwriting e complessità, pezzo sempre in bilico tra la sensazione di andare alla deriva sull’oceano e quella di affrontare mostri degli abissi, con un finale che va a toccare tristi atmosfere psichedeliche.
Take Me Down, aperta da synth e voce sussurrata, prosegue senza pietà la discesa nel baratro della depressione. È James Iha, chitarrista della band, a cantare il brano, con una prova che nulla ha da invidiare a Billy Corgan per interpretazione e tecnica; anche perché difficilmente qualcuno potrebbe invidiare Billy Corgan per le sue capacità vocali. Qui termina la prima parte dell’album (per chi ascolta in CD), “Dawn to Dusk”, e inizia il secondo disco, “Twilight to Starlight”. Risale il tiro dapprima con Where Boys Fear to Tread, poi con Bodies, brani che pescano a piene mani dal Grunge di quegli anni e che non sfigurerebbero su un album dei Nirvana, entrambi pezzi che incontreranno i gusti di chi preferisce le declinazioni più rabbiose del malessere. Diametralmente opposta Thirty-Tree, soft e delicata, interamente acustica. Se con questo brano non siete ricorsi agli antidepressivi, ne avrete bisogno per superare indenni In the Arms of Sleep.
Billy Corgan sacrifica la precisione dell’intonazione a vantaggio di un’interpretazione molto sentita. Lo si vede seduto su un letto con una chitarra in braccio, a canticchiare sottovoce, mentre una sofferenza incontenibile brucia dentro di lui. Stordisce la nostalgica 1979, brano che narra della transizione nell’adolescenza: discreta, triste come uno sguardo fuori dal finestrino verso un passato svanito. Si picchia come non mai con Tales of a Scorched Earth, brano più furioso del disco, un concentrato di rabbia trasudata da grida effettate e distorte. Si ritorna a brani più lunghi e sfaccettati con Through the Eyes of Ruby e X.Y.U., entrambi oltre i sette minuti, inframezzati dalla breve acustica Stumbleine. Superato il pugno nello stomaco con la rabbiosa X.Y.U., si passa a We Only Come Out at Night che distende l’atmosfera e sfodera un refrain cantabile su un semplice ritmo terzinato.
Si vira poi sull’elettronico-sperimentale con Beautiful, dove la bassista D’arcy Wretzky è impiegata anche alla voce: un’anticipazione delle atmosfere che la band esplorerà nel futuro prossimo con “Adore” (1998), disco molto distante per diversi aspetti da questo. Insieme romantica e sinistra arriva Lily (My One and Only), più cupa invece la penultima, By Starlight, sulla stessa lunghezza d’onda della 
tetra e spenta Beautiful. La mazzata finale arriva con Farewell and Goodnight, anche questa cantata a più voci con James Iha e D’arcy Wretzky. Le voci dipingono un pezzo a tinte fosche, percorso da una disperazione opprimente. Un ultimo bicchier d’acqua accompagnato dai sonniferi e possiamo addormentarci, cullati dall’infinita tristezza di questo disco così iconico, simbolo degli anni 90 e del Grunge made in USA. Non per la tecnica sopraffina sono stati acclamati i The Smashing Pumpkins, ma per la loro capacità di leggere le emozioni e di parlare al cuore, di colpire ed incontrare i sentimenti di una generazione che aveva bisogno di una band così. Perché di fronte ai momenti più tristi e cupi, la musica di “Mellon Collie and the Infinite Sadness” può fare sentire meno soli.

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