The Sheepdogs: “Changing Colours” (2018) – di Claudio Trezzani

Una band canadese ma che di canadese ha solo il passaporto… anzi potrebbe chiedere la cittadinanza onoraria a Macon in Georgia o anche alla San Francisco degli anni 60 e 70. Ecco cosa sono gli Sheepdogs. Una specie di macchina del tempo guidata da un quintetto di musicisti di livello che ci trasporta in quegli anni gloriosi senza però risultare banali o superflui… e questo è già un ottimo risultato. Una sorta di viaggio sudista che parte da est e arriva a ovest: dal southern alla psichedelia. Sono arrivati al sesto disco e, con questo nuovo lavoro che già dalla copertina psichedelica e colorata lascia intendere tutto, danno una decisa svolta qualitativa alla loro musica. Quando inizierete ad ascoltare questo disco con la traccia di apertura, Nobody… con quel suo riff aperto e divertente, non potrete restare fermi. Se avete amato il rock degli anni 70 dal sapore californiano, quelle venature psichedeliche, quella voglia di ballare e uscire al sole… ecco, siete saliti sulla macchina del tempo targata Sheepdogs e non crediamo ne vorrete scendere così presto. Fidatevi. Il disco è composto da 17 brani, alcuni molto corti, come si usava fare in passato e, già dalla seconda traccia, I’ve Got a Hole Where My Heart Should Be, possiamo ascoltare indiscutibili influenze dei Fratelli Allman: un southern rock credibile, potente e con una bellissima parte centrale chitarra e tastiera molto molto sudista. Lo stesso possiamo dire della successiva Saturday Night, con un riff che pare uscito dalle mani di Gary Rossington dei Lynyrd Skynyrd… non inventano nulla per carità ma ispirarsi in maniera così qualitativa è un pregio non un difetto, soprattutto se si hanno dei modelli così. Non poteva mancare una ballad acustica e con Let It Roll la band ci regala un viaggio virtuale attraverso il sud… steel guitar e tastiere, a volte Lynyrd a volte Neil Young. The Big Nowhere, con il suo incidere “latino”, i cori e i fiati, pare un’outtake da un album dei Santana dei tempi d’oro… immaginatela suonata al Monterey Pop Festival… non avrebbe sfigurato e, anzi, accresce la piacevole sensazione di essere in un limbo temporale che oggigiorno serve come il pane. Ci sono ancora pezzi southern alla maniera della Allman Brothers Band ma anche virate verso un pop di sapore british come in I Ain’t Cool. L’altalena di sensazioni e stili dà al disco un piglio interessante, non ci si annoia e si vuole ascoltare ancora per sentire cosa ci riserba la traccia seguente. Un pregio non indifferente. Un esempio è il country di Up In Canada, che in un disco southern rock forse non ce la saremmo aspettata… ma in questo disco ci sta alla perfezione: una delle più belle del lotto ma, come in un ottovolante di stili, è seguita da due splendide jam-songs strumentali che vengono direttamente dal sud più paludoso e appiccicaticcio. Bravi. Il disco chiude questo viaggio del tempo nei tempi d’oro del rock e della psichedelia con Run Baby Run… perfetta chiusura aggiungiamo, con una citazione nemmeno tanto velata al lavoro di Stephen Stills e capiamo ancora di più la scelta del titolo e della copertina del disco: un colorato e divertente viaggio con continui cambi di tonalità. Buon ascolto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *