The Seventh Sons: “The Turnaround” (2017) – di Capitan Delirio

Si sente immediatamente, fin dalle prime battute, quando un lavoro è ben progettato, strutturato, sentito e ottimamente suonato in ogni singolo brano, come si può apprezzare in tutte le undici tracce del full lenght d’esordio dei Seventh Sons, “The Tournaround”. Si sente che i tre musicisti hanno fatto una lunga gavetta sui palchi a suonare dal vivo a macinare concerti in jam session improvvisate o in band dalla durata di una notte. Con infinite nottate a spaccarsi le dita sugli standards blues e rock degli anni sessanta, interpretando e reinventando a ripetizione i pezzi delle loro band preferite come Grateful Dead, Doors, Rolling Stones, Led Zeppelin, Cream o Black Sabbath.
Jerry Eady, voce e chitarra e Steve Kost, percussionista, ci mettono un po’ di tempo a trovare il bassista giusto ma quando, in una di queste sessioni spinte allo sfinimento, incontrano Mark Groble, musicista dalle forti connotazioni Punk, capiscono che il team ha trovato la quadratura. Il risultato è tutto dentro a “The Tournaround”, in cui tre musicisti si divertono a proporre ognuno una direzione melodica in totale libertà (con grandi capacità improvvisative) per poi comunque tornare a dialogare con gli altri senza il minimo sforzo. Sono eccezionali nello sviluppare i linguaggi del loro vocabolario musicale e tra le tracce si passa dal Blues al Rock, dal Funk più intenso al Punk’d Blues con intarsi di inaspettate venature Reggae; il tutto riscaldato da un’avvolgente trama psichedelica. All’interno della lista è difficile trovare la traccia trainante perché ogni brano è diverso dall’altro, sia come contenuti che come genere e, ognuno trova il modo di sollecitare angoli di libido diversi. I riff architettati da chitarra e basso sono sempre coinvolgenti, trascinanti, e forse in questa ottica si può citare You’re Mine, o Soul Rider ma anche 50 Woes e l’irresistibile Time On The Vine. Quando i toni si rilassano è un’esperienza che tocca punti di soddisfazione totale farsi trasportare dalle sonorità dilatate di The Cave, Pt. 2, o si può scendere nei vortici di spiritualità più profonda seguendo le note della tribale trascendenza di Shaman’s WhisperL’ascolto totale di questo lavoro in studio conquista i palati più schizzinosi e lascia presagire che, suonati dal vivo, i pezzi siano ancora più intensi e più ricchi di un’energia vulcanica, muscolare, incandescente. Il basso che pompa, la batteria che frulla ritmi galoppanti, la chitarra che parla la lingua dell’anima, del corpo, del respiro, del sangue. “The Turnaround” si propone di invertire la tendenza, tornando indietro, molto indietro nel tempo, fino a trasportarci nelle sonorità hard del secolo scorso ma in grado di incendiare qualsiasi primavera del nuovo millennio.

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