“The River” – Andreas Finottis

Tra le mie canzoni migliori di tutti i tempi metterei The River di Bruce Springsteen. Magari è come con le altre canzoni che si preferiscono, ci piacciono in modo particolare per i ricordi personali che si portano appresso ma questa mi pare, anche ascoltandola obbiettivamente, che sia indiscutibilmente meravigliosa. Si tratta di una canzone adatta a percorrere miglia e miglia nella notte, a bordo di una grande e comoda automobile lanciata lungo qualche highway americana, circondati da scenari naturali; mentre nel mio caso ricordo che eravamo su una piccola Nsu Prinz beige di un mio amico, nella notte, ma lungo strade provinciali, con un impianto stereo trasformato in mono, avendo montato due altoparlanti Pioneer scontatissimi… perché uno non funzionava. Giravamo per ore nella notte, abbastanza sconvolti, su questa auto minuscola; lui alla guida e io a fianco che con la mano mi reggevo a una maniglia che c’era sul cruscotto dal lato passeggero, come se facessimo i 200 all’ora; quando invece facevamo al massimo i 60 all’ora. Era un’auto comoda nonostante le dimensioni, con i sedili ben imbottiti. Trovavamo anche spesso da accoppiarci in posti sperduti, paesini dimenticati da Dio e dagli uomini, spersi tra la pianura padana e il mare, in cui arrivavamo alla sera su quest’auto da cui si vedevano a bordo due nasi tra i capelli, in quanto avevamo i capelli lunghi entrambi, anche sul volto, da cui spuntavano i nostri due nasoni, uno più grande dell’altro. Lui assomigliava un po’ al chitarrista degli Who, Pete Townshend, mentre io con quei capelli e gli occhiali tondi in quel periodo mi dicevano che assomigliavo un po’ a John Lennon altre volte al tastierista dei Doors, Ray Manzarek.  Io ero più influenzato dal punk rock e dai nuovi suoni new wave, mentre lui era più portato per quello più classico dei miti del rock ma Led Zeppelin, Who e Rolling Stones piacevano ad entrambi; poi Motorhead e AC/DC ma in quel periodo c’era “The River” quasi fisso sullo stereo mangiacassette. Faceva da contrappunto alla nostra allegra demenza, da sottofondo per le riflessioni serie, ci ricordava la malinconia del vivere e l’energia della ribellione che faceva fuggire dalle convenzioni, era un socialismo rock incarnato nel Boss, che stava dalla parte di chi aveva problemi, dell’altra America, quella esclusa dal sogno americano creatore di illusioni patinate per spingere a consumare fino a consumarsi per raggiungerle; no, il Boss ti diceva che andavi bene anche tu con la tua normalità, non eri un perdente bensì una persona reale e lui era con te, ti capiva, si sgolava cantando le nostre canzoni, era la colonna sonora giusta, si esibiva in concerti interminabili, senza risparmiarsi, un vero operaio del rock, un operaio miliardario d’accordo ma perlomeno lo percepivamo meno stronzo e più simpatico di molti altri. In ogni caso noi attiravamo l’attenzione in quei luoghi dispersi, vestiti strani e con i capelli lunghi, facevamo anche degli atti comici; per esempio, se c’era la strada che conduceva alla piazzetta del paesino che scendeva dall’argine fino alla piazza e poi proseguiva risalendo sull’argine, lui  scendeva dalla discesa con il cambio in folle e proseguiva per inerzia la corsa sulla strada che saliva, finché l’auto si fermava e accelerava in folle; sembrava che l’auto non ce la facesse a salire, metteva la retromarcia e scendeva facendo il giro della piazza in retromarcia; oppure, se c’erano delle buche sulla strada fingevamo che stesse per esplodere l’auto, mettendoci le braccia davanti al volto; eravamo una specie di Freak Brothers che facevano i pagliacci, attirando le risate e l’attenzione dei giovani del luogo, facendo facilmente amicizia e attaccando bottone con le ragazze che c’erano ed erano il nostro vero obbiettivo. Perché il fine era divertirci e fare sesso, il più possibile. In vita mia non ho più visto uno abile come lui a smutandare le ragazze appena conosciute, dopo neanche mezz’ora con una che non aveva mai conosciuto prima, mentre si parlava, cominciava a limonarla e rovistarle nelle mutande, in mezzo a tutti, senza appartarsi, pochi minuti dopo magari gliela stava leccando; è capitato anche su una panchina in mezzo alla piazza del paese, con la gente che passava e guardava, ma la tipa era tutta presa e non se ne curava, lui meno ancora: era veramente senza vergogna. Mi sorprendeva in particolare quando riusciva a farlo anche con tipe che sembrava se la conservassero con cura, apparentemente bigotte e represse, di quelle che si immagina nude con la muffa sulla topa pelosa, a forza di tenerla rinchiusa nelle mutande. Era avvantaggiato dal fatto che puntava soprattutto le bruttine e pure le bruttone; queste, non essendo abituate a molte attenzioni. si scioglievano trovandosi davanti uno che a ogni parola trasmetteva loro un preciso messaggio:
“Mi piaci, ti desidero, voglio far sesso con te, adesso, subito!”
 Il mio amico sembrava uscito da un film porno e in effetti era un po’ così, perché era cresciuto leggendo continuamente le riviste porno fregate a suo fratello molto più vecchio di lui, poi da giovanissimo aveva trovato una sposata di mezza età e alcolizzata che lo faceva trombare, anche con suo marito cornuto felice in casa, perciò aveva acquisito quella visione del sesso molto spontanea e naturale; era un abilissimo vero artista del cazzo. Così lui mi tirava la volata e combinavo qualcosa pure io con qualche altra ragazza, magari pure più carina di quella con cui stava accoppiandosi lui, nonostante fossi mille volte più imbranato nell’approcciarmi; se ero da solo una doveva strofinarmela in fronte, per farmi capire che ci stava. Tra i capelli bruciacchiati quasi ogni volta che mi accendevo una sigaretta, le birre e l’odore delle notti d’estate e l’album “The River” in sottofondo; tuttora, dopo decenni, quando riascolto l’album e la canzone omonima in particolare, mi ricordo quel periodo e mi pare di percepire ancora pure i profumi di quel tempo andato. 
Lui una sera mentre stava tornando da un matrimonio di un suo parente dove aveva trovato un cameriere che aveva del fumo, rintronato al massimo da alcol e fumate, è finito in un fosso profondo con la Prinz, distruggendola. Venne con la bicicletta da donna di sua madre al bar a raccontarcelo, quando gli chiedemmo dove era successo ci indicò la strada nel punto in cui c’era il curvone. Ma non c’era nessun curvone su quella strada, così andammo in quattro sul posto con uno che aveva una Fiat 124 a vedere dov’era il curvone che diceva lui. Scese dall’auto e ci mostrò un punto lungo il rettilineo: “Qui sono uscito di strada!” Effettivamente si vedevano ancora dei pezzi della Prinz nel fosso, ma la strada la vedevamo tutti, tranne lui, come una linea retta; le prime curve erano due chilometri dopo da un lato e oltre tre chilometri dopo dall’altro. Si arrabbiò molto perché non vedevamo la curva che vedeva lui, allora rimanemmo zitti, pensammo fosse lo choc per l’incidente recente o era veramente potente quello che si era fumato. Comunque era più addolorato per essersi rovinato il vestito a rigoni nuovo che per la macchina distrutta ma era contento per essere riuscito a salvare l’autoradio e i per lui preziosi altoparlanti. 
Ci disse che voleva prendersi un’auto più elegante. Infatti dopo pochi giorni arrivò al bar con una macchina di un elegante colore blu scuro ma era un’altra Prinz Nsu, trovata d’occasione, con centinaia di migliaia di chilometri fatti, ci aveva già istallato il suo impianto stereo/mono, con un altoparlante che non funzionava, con Bruce Springsteen che suonava e cantava ancora le storie di chi era rimasto escluso dal sogno americano.

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