The Rides: “Pierced Arrow” (2016) – di Nicola Chinellato

Ecco un disco classico che più classico non si può
come quel vestito buono che riponiamo con cura nell’armadio e che tiriamo fuori per le occasioni importanti: puzzerà un po’ di naftalina e qualche risvolto sarà un pure liso, ma quando lo indosserete, nonostante la vostra e la sua età, continuerà a starvi maledettamente bene. Suona proprio così “Pierced Arrow”, seconda prova in studio dei The Rides: rock blues d’antan, che trae la sua forza dagli anni ’70 (Kick Out Of It) e le sue origini da qualche fumoso locale della Chicago anni 50 (la cover di  My Babe di Willie Dixon è messa lì, proprio a raccontarci il DNA). Eppure, nonostante questo suono possa vantare un antico e nobile pedigree e abbia sul groppone parecchi decenni di militanza, i The Rides hanno la capacità di riproporlo fresco di bucato, esattamente come quel vestito buono che, se tenuto bene, sembra appena uscito dalla tintoria.
Chiusa, ormai definitivamente (?), la gloriosa avventura con i CS&N, Stephen Stills pare aver trovato un nuovo progetto in cui credere e, soprattutto, quell’immaginario blues che lo suggestiona e lo anima fin dal leggendario “Super Session” (1968), infuocata jam, nella quale, a solo ventitre anni, il biondo chitarrista di Dallas teneva testa a Mike Bloomfield e Al Kooper, due che la storia l’avevano già scritta con Dylan, solo qualche anno prima. Oggi, il mostro sacro è lui, ma in Stills non c’è un briciolo di autoreferenzialità e anzi, sembra vivere una seconda giovinezza, nella quale non sfoggia solo acume chitarristico in dosi massicce, ma mostra anche i muscoli con rinnovata vigoria. Un merito da attribuire, almeno in parte, a Kenny Wayne Shepherd, ex enfant prodige della sei corde, con cui Stills vive una sintonia quasi simbiotica: uno, più misurato e ruvido, l’altro, Kenny, esuberante e funambolico; insieme, perfetti come la granella di nocciole con il cioccolato. Attenzione, però, a farsi rapire solo dall’oliato interplay fra i due chitarristi.
Il terzo incomodo, si fa per dire, è Barry Goldberg, la cui carriera, per importanza e spessore, non è da meno di quella di Stills. Questo ragazzo di settantatre anni, infatti, macina chilometri al piano e all’hammond, intessendo con accuratezza artigianale i ricami  del tappeto sui cui le chitarre danno libero sfogo a centrati virtuosismi; salvo, poi, in qualche occasione, uscire dall’ombra e dimostrare di che stoffa è fatto, prendendosi tutti i riflettori del palcoscenico (l’assolo di piano in My Babe è da abbecedario nelle scuole di blues).
Il successore di “Can’t get Enough” (2013) è, in definitiva, un disco pimpante, divertente, suonato magistralmente, a cui non manca proprio nulla per far bella mostra nella discografia di tanti appassionati.
C’è tecnica, ma ci sono anche belle canzoni: la stonesiana Riva Diva, il classicone blues alla Muddy Waters con Game On, e la polvere che lentamente cade, in un giorno di pioggia, attraverso i lampi della chitarra di Shepherd, che illuminano By My Side. Quando poi parte Virtual World, ballata tutta solitudine e bourbon, il pensiero va agli anni belli dei CS&N… e il groppo in gola è assicurato.

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the rides chinellato cartaceo

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