The Raveonettes: “Dead Sound” – di Lorenzo Scala

La bambina affonda i piedi nella sabbia del deserto avanzando in una notte perpetua. Non sa da quanto tempo è in viaggio, non si pone il problema. Non sa dove si sta dirigendo. Non ricorda il suo nome. Le sue consapevolezze si limitano alla frescura della sabbia che scorre tra le dita dei piedi nudi, alle stelle che brillano e sembrano applaudire di luce a ogni suo passo. Ricorda di essersi sbarazzata dei vestiti così come ci si sbarazza di una zavorra. La bambina è serena, la sua sfera emotiva galleggia placida tra le dune del deserto. La sua bocca canticchia una canzone vellutata come il vento simile allo scirocco, le labbra quiete saltellano ignare in una piacevole inerzia: “tu combini gli occhi di un milione di bambine”. “Dead Sound” è una delle poche reminiscenze del reale. Una canzone triste ma di quella tristezza che fa stare bene. Alcuni flash accompagnano la sua passeggiata immemore del tempo. Tra una strofa e l’latra un flash di una cameretta, presumibilmente la sua cameretta. La tenda che svolazza dalla finestra aperta accanto al letto. Una spazzola sul comodino. Una voce femminile che la avvisa di sbrigarsi perché lo scuolabus ha imboccato il vialetto. La sua mente accoglie queste visioni senza sforzarsi di capirle, così come arrivano, le lascia scivolare via nella notte, un piede dopo l’altro, il vento tra i capelli, tra le cosce, sotto le ascelle e su tutta l’epidermide che vibra al suo contatto… semplicemente continua a camminare. Qualcuno da qualche parte la starà cercando,  forse l’avranno già trovata o meglio, avranno trovato quel che resta di lei, ovvero il superfluo. Le impronte che la bambina lascia nella sabbia dietro di se hanno i contorni dell’oltremondo. I suoi occhi sono planetari di luci sfaccettate, ecosistemi popolati di specchi che riflettono la sabbia e le stelle. La coscienza non abita il suo corpo dai seni accennati e le ginocchia sbucciate. Nel suo corpo abita la pace. La sua processione senza Dio è puro moto tra le cantilene e le percezioni di una natura ultra-terrena. Improvvisamente la bambina scorge, sulla cima della duna che ha davanti, un bambino senza vestiti, fermo e con la testa rivolta al cielo. Non è vicinissimo ma il vento porta al suo udito la canzone che il bambino sta cantando: “quella scintilla volge al nero, l’ho usata per portarti sulle mie strade”. La bambina sorride, sia perché in quel mondo il senso di minaccia che deriva da un incontro, non ha radici nelle anime; sia perché il bambino sta cantando la sua stessa canzone: “Dead Sound” . Il bambino si volta ad osservarla, i due si avvicinano senza fretta. “Ciao” dice la bambina, “Ciao” dice il bambino. Una cometa si tuffa dentro una curva nel cielo. “Sei molto carina, come ti chiami?” ma lei risponde solo alzando le spalle. “Mi sa che ho fatto una domanda scema vero?”, allora lei si avvicina e lo bacia. “Non ricordo niente, solo poche immagini, della musica, forse è la musica che amavo e forse è la musica che amavi anche te”. Il bambino fa si si con la testa, poi si sdraiano uno accanto all’altro. “Si sta bene qui” dice lui. “Non lo so” risponde lei, “mi sembra di si, qui è sempre notte ma le stelle fanno molta luce”. Dopo qualche attimo di silenzio il bambino le chiese il perché di quel bacio. “Non ho mai dato un bacio a nessuno e mi sono detta: non è un terribile spreco?” Lunedì mattina, nel mondo tangibile, un netturbino affonda i denti in una bomba alla crema riempiendosi la barba di zucchero, la mano libera tiene un giornale. Il netturbino ancora non lo sa, ma la prima pagina del giornale recita: “Ritrovati i corpi di Mirko e Martina, scomparsi dopo il concerto del loro gruppo preferito, le indagini si concentrano…” e poi una serie di parole inutili. Il traffico delle sette di mattina si anima come in un giorno qualsiasi. Una cometa sfreccia sopra le antenne dei palazzi.

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