The Raveonettes: “2016 Atomized” (2017) – di Giovanni Capponcelli

Un passo indietro: perché il 2016 di Sune Rose Wagner, mastermind dei Raveonettes, pur trascorso sottotraccia, è stato un anno intenso. Anno in cui il duo che venne da Copenhagen ha rilasciato, in formato “liquido” 12 singoli a cadenza mensile. Ora, con un’operazione apparentemente controcorrente (in realtà facile facile) “2016 Atomized” raccoglie e conferisce struttura (anche in forma solida di compact disc e Lp) a quella sciarada di canzoni, finalmente inserite nel sottile filo di nylon di una collana di perline a doppio giro: da una parte una compilation eclettica, dall’altro una summa in miniatura dell’ormai consolidato percorso di un gruppo che ha attraversato le proprie stagioni più scatenate in forma di un rock‘n’roll da garage che sta bene con nero e rosa, maturato poi in un pop tecnologico dalla melodia immediata e dalla forma sempre riconoscibile, tanto da stabilire un modello. Una storia al servizio dell’algida bellezza della cantante Sharin Foo, fatta di synth pop, di miti come Depeche Mode, docile decadenza in bassa fedeltà, umbratile melodia new wave che flirta con gli echi di un cuore infranto negli anni 60, quello di Roy Orbison, per intendersi. La storia si svolge in atmosfere di notte lunare e prende a prestito il sempre attuale quanto dimenticatissimo Chris Isaak di “Silvertone”, che echeggia qua e là, come un ologramma proiettato sulle pareti sintetiche e quadrate di questa stanza “lynchiana”. Nancy Sinatra (quella ultrafiga di “How Does That Grab You?”) sullo stesso palco di Imogen Heap o Regina Spektor, in una scaletta in cui ogni brano costituisce un piccolo mondo a sé, ma tutti assieme sembrano parlare di una latente alienazione traghettata dai sipari di elettronica e banco mixer che stanno ancora a testimoniare di quando, su “Pretty in Black”, la Band ospitava il Martin Rev dei Suicide; e per fortuna che il il garage sa ancora graffiare in Won’t You Leave Me Alone, perché nell’altro angolo di questa stanza regolare e minimalista levita il dream pop spaziale alla Spiritualized di Fast Food. Chiude (uscì a dicembre, a suo tempo) la sinfonia per spettri sintetici di Pendejo: intenso lavoro di produzione lungo dodici minuti di kraut-dance strumentale per ambienti sterili, futuribili, dal design lecorbusieriano. Il mestiere non sorprende, ma nemmeno mente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *