The Proto Punk Saga – di Marco Fanciulli

L’anno di battesimo del punk è il 1976 quando uscì il primo epocale album dei Ramones. Ma questo non è affatto un punto di partenza; è l’esatto opposto: un punto di arrivo. È il risultato di quasi vent’anni di premesse che si riassumono in una nebulosa dai contorni indefiniti che viene comunemente chiamata proto punk. All’interno di questa accozzaglia ci sono elementi anche totalmente differenti fra loro che insieme hanno contribuito alla nascita del punk nella sua globalità, e quest’ultima è intesa sia in senso strettamente stilistico sia in senso iconologico. Il punk è non solo un suono grezzo scaturito come risposta, una sorta di revanscismo del vecchio rock’n’roll, a un progressive magniloquente che alla metà degli anni settanta stava mostrando la corda. Il punk 76-77 è una nuova poiesis della controcultura giovanile composta da un lessico ideologico tutto suo: la sua iconoclastia, il suo nichilismo, la sua eticado-it-yourself“, il suo minimalismo grezzo, il rifiuto del passato (no Elvis, no Beatles, no Rolling Stones) sono tutte componenti ideologiche che – sebbene sia durato lo spazio di due anni – sono state un maglio che hanno spazzato via tutto quello che c’era prima sostituendolo con una nuova Weltanschauung. Però prima della sua esplosione negli anni precedenti covava un fuoco sotto la brace le cui lingue erano composte da bands è solisti che direttamente o indirettamente hanno contribuito alla genesi del punk rock. Cercare di definire compiutamente l’area del proto punk è tutt’altro che facile, un lungo lavoro fatto di ascolti, letture e appunti. Il risultato è la creazione di una nutrita playlist: “The Proto Punk Saga“.
I brani scelti vanno dagli inizi degli anni sessanta al 1976, anno di nascita del punk rock. Per l’aspetto cronologico, se guardiamo a uno spettro più ampio e a un concetto iconologico lato, dovremmo far risalire le radici del punk ben più in là degli inizi dei sessanta: ad Hank Williams, prototipo di artista ribelle alle convenzioni; oppure ancora indietro a Igor’ Stravinskij che con la sua “Sagra della Primavera” (1913) ha scombussolato tutte le regole della composizione, tale che qualcuno non a torto l’ha definita la prima opera punk della storia ma occorre restringere il campo alla quindicina di anni precedente il 1976 compreso: sarebbe riduttivo definire proto punk qualunque artista che suoni in modo grezzo e immediato e creare un discrimine fra quello che rientra o no nel proto punk o quello che vi rientra poco, molto o per niente. Oltre alle bands che ufficialmente rientrano nel proto punk, sono inclusi brani di artisti che con la nascita del punk rock hanno avuto a che fare concettualmente e che, sebbene i loro stili non sono assimilabili a gente come i Ramones, i Sex Pistols, i primi Clash, in un certo modo hanno contribuito alla formazione e alla definizione del genere. Chi mediante un’influenza attitudinale, chi per lo stile che comunque ha influito nella formazione di gente come Johnny Rotten dei Sex Pistols. Iniziamo con un brano dei Nobody’s Children: Good Times. I Nobody’s Children sono una formazione psych garage della seconda metà dei sixties dal sound molto abrasivo che già è una prefigurazione del punk 77. Originari del Texas hanno assorbito le istanze acide della psichedelia texana e l’hanno introdotta in un garage rock grezzo e psicotico.
Good Times è un brano caratterizzato da un suono sporco con un cantato psicotico dagli accenti dylaniani. Segue la Hero dei Neu!, ovvero gli Stooges catapultati su un’ipotetica nave spaziale e spediti in mezzo alle stelle: un pezzo unico che si svolge fra distorsioni elettriche abrasive e un cantato che prefigura la paranoia dei P.I.L., il tutto in salsa kraut. A seguire Nadir’s Big Chance di Peter Hammill, title track dell’omonimo primo album solista; Peter Hammill è un genio musicale istrionico che nell’attitudine aveva già percorso il punk rock, soprattutto con l’inizio della sua carriera solista. Nadir’s Big Chance è un brano intriso di spigolosità noise-rock e reso elegante da un sax notturno. Quindi abbiamo i Chrome con Nova Feedback, tratto dal capolavoro “Alien Soundtracks“, unico brano del lotto post 1976. Perché i Chrome? E perché questo pezzo del 1977 ormai non più in era proto punk? Perché sono stati il tramite tra la vecchia cultura sixties psych garage grazie anche alla loro devozione verso la fantascienza sci-fi, e la nuova scena punk rock e new wave di fine settanta. Ecco perché rientrano di diritto in questa raccolta. I Chrome appartengono alla schiera dei musicisti d’avanguardia di San Francisco riuniti sotto la storica Ralph Records, la label dei Residents. Nova Feedback è un brano quasi cinematografico, con le sue tessiture elettroacustiche che rimandano a uno scenario urbano fantascientifico e a un “futuro due” tipico. Dopo i Chrome si torna in territori altamente abrasivi con i Gizmos di That’s Cool, formazione originaria dell’Indiana e artefice di un proto punk’n’roll modello nerd, come dimostra questo pezzo. Seguono gli Hawkwind con la storica Silver Machine. Gli Hawkwind in una raccolta proto punk?
Certo, perché i campioni dello space rock, seppure non erano contestualizzati in un ambito culturale punk e pre-punk, stilisticamente avevano un legame col futuro punk, come dimostra il fatto che ebbero un’influenza su Johnny Rotten che era un suo fan. Abbiamo poi gli Electric Eels, formazione proto-punk di Cleveland attiva nella prima metà degli anni settanta, nella quale militava Nick Knox poi nei Cramps; Jaguar Ride è un ortodosso proto punk grezzo è con abrasioni noise lo-fi. Per contraltare, a un brano così minimale e abrasivo, segue Knots di Harry Toledo, musicista e artista della scena underground di New York, quella che gravita intorno a locali come il Max’s Kansas City e il CBGB’s, fondamentale per la genesi del punk; Knots è un brano aperto da scrosci di pioggia dallo stile lento, cadenzato e intriso di decadenza urbana, nel pieno stile underground newyorkese. Segue un complesso che non ha bisogno di presentazione: i Modern Lovers di Jonathan Richman, una formazione che è la quintessenza del proto-punk, come dimostra Roadrunner, cover di Bo Diddley; la genialità dei Modern Lovers sta nell’aver saputo creare un sound rock potente e convincente senza dover ricorrere a distorsioni pesanti e senza dover essere particolarmente arrabbiati nel cantato. Dopo i Modern Lovers abbiamo i Silver Apples, duo sperimentale di elettronica psych di New York, di diritto inseriti in questa compilation poiché sono considerati gli antesignani dei Suicide; Oscillation è avanguardia elettronica in un contesto low profile.
A seguire i Ducks Deluxe, fra i principali esponenti del pub rock inglese dei primi settanta, qui con una bella versione live di Coast to Coast; il pub rock inglese, nato come risposta alla magniloquenza del coevo prog, è stato un movimento tipico della working class inglese che agli arrangiamenti sofisticati e ricercati rispose con un rock grezzo ispirato al blues e al rock’n’roll americano dei fifties, ma sempre con quello humour e quell’Heimat tipicamente britannico. Seguono i DMZ, formazione di culto dell’era immediatamente pre-punk di Boston, con Teenage Head, trascinante e ruvido punk’n’roll. Dopo i DMZ una formazione seminale: i Neon Boys, ove militavano Richard Hell, primissimo punk della storia come estetica e attitudine e i futuri Television Tom Verlaine e Billy Ficca; attivi nella prima metà degli anni settanta i Neon Boys sono stati una formazione di culto del proto punk americano è qui sono rappresentati con una dissonante e distorta Love Come in Spurts. Seguono i Dictators, band di punta del proto punk da New York, con il loro classico The Next Big Thing del 1975, è già qui il futuro del punk! Quindi abbiamo gli Stooges di Iggy Pop e ogni considerazione è superflua. Sappiamo quanto gli Stooges sono stati fondamentali per il punk. Per questa raccolta si è scelto Gimme Some Skin, un brano particolarmente ruvido e drogato fino al midollo, come si addice al proto punk più sotterraneo. Segue la mitica Suzi Quatro con Glycerine Queen, grintoso pezzo dalle cadenze glam-proto punk. Seguono i Sonics con Psycho, di diritto in questa raccolta per il loro garage-punk dei sixties che è stato basilare per il futuro punk rock. Quindi ritorniamo al glam con gli Hollywood Brats di Sick on You, leggendaria formazione inglese dei primi seventies, autori di un hard glam di forte impatto emotivo.
La formazione successiva è veramente particolare: sono i tedeschi Monks, gruppo outsider degli anni sessanta che proponevano un sound garage atipico e originale; qui con Complication, un brano veramente fuori dagli schemi, fra garage e un’improbabile marcia militare di gente ubriaca e sbiellata. A seguire il classico Over and Over degli Mc5 di Detroit, pezzo che si commenta da se. Quindi un’altra formazione misconosciuta e di grande culto dei settanta: gli Zolar X, band atipica del glam americano losangelino, debitori al glam del Bowie di Ziggy Stardust: si presentavano vestiti da marziani e usavano uno slang di loro invenzione ispirato al mondo degli extraterrestri: qui con Space Age Love, originale space-glam. A seguire ci spostiamo in territori power pop con i Flamin’ Groovies, una delle formazioni più importanti dell’underground anni settanta, rappresentati da Dog Meat, dalle ruvide sonorità tra rock’n’roll fifties e garage sixties. Subentrano i Velvet Underground: non poteva certo mancare la band dalla quale è nato tutto: dal punk alla new wave, al post punk e tanto altro ancora, la band del “padrino” del punk Lou Reed qui con I Heard Ger Call My Name tratta da “White light/White heat” (1968), brano caratterizzato da forti dissonanze noise e abrasioni elettriche. Restiamo a New York con i New York Dolls, il tramite fra il glam rock dei seventies e il punk rock dei settanta con l’epica e pomposa Frankenstein. Seguono i Litter con il classico Action Woman, leggendaria formazione garage-punk dei sessanta. Poi ci spostiamo a Detroit con due personaggi fondamentali del Detroit rock della “Motor City“: il primo è Scott Morgan, autore di un rock grezzo ma allo stesso tempo di classe che qui è rappresentato dalla bella rock ballad Take a Look; il secondo è Mitch Ryder, anima del rock detroitiano, nero dalla pelle bianca con il suo rhythm&blues urbano figlio della blackness dura della “Motor City“: di lui la Lou Reed cover Rock’n’Roll, resa in puro Detroit Style: hard rock con inflessioni black. Dopo quest’incursione detroitiana è corretto inserire Yummy Yummy Yummy degli Ohio Express, classico della bubblegum music di fine sessanta; la bubblegum music è un genere creato a tavolino dalle case discografiche, fatto da cantanti e band di aspetto pulito e di brani di facile presa su un pubblico adolescenziale; fu una risposta disimpegnata alla musica di protesta e alle sperimentazioni della psichedelia di quegli anni. Ovviamente è stato un genere alquanto pauperistico in termini di stile e contenuti, però crediamo vada menzionato perché una certa influenza sul punk americano l’ha avuta, sui Ramones ad esempio. Dopo la bubblegum si torna al garage-punk dei sessanta con i Cynics di Pittsburgh e con la loro resa del classico americano Train Kept A-Rollin, particolarmente ruvida. Segue il transgender newyorkese Wayne County con Cream in My Jeans: personaggio singolare della scena sotterranea newyorkese, come i concittadini New York Dolls, tramite fra glam e punk. Torniamo a Detroit con i Death, rara formazione rock di colore che con Freakin Out propongono un arrabbiato e ruvido proto punk detroitiano. A seguire l’agitatore folle del Lower East Side newyorchese David Peel con l’anthem I Like Marijuana; David Peel passò alla storia per i suoi show provocanti per le strade inneggianti alla marijuana, protagonista della futura generazione dei “figli dei fiori” ma anche precursore del punk per la sua attitudine folksinger lo-fi e l’elemento dissacratorio.
Ci ritrasferiamo in Inghilterra a incontrare due personaggi che sono stati fra i più grandi mentori del punk: Mick Farren e Twink: il primo qui rappresentato dalla formazione di culto fine sessanta dei Deviants, dei quali qui proponiamo I’m Coming Home, un crescendo di follia e di ruvidezza proto punk da delirio; il secondo rappresentato dai Pink Fairies di Do It, brano duro e immediato che già contiene tutti i germi del punk 77: anarcoide, eroinomane, nichilista. Ci trasferiamo nell’America degli anni cinquanta  con Eddie Cochran, autentico loser del rock’n’roll fifties, base fondamentale del punk, con Somethin Else: purtroppo morì tragicamente nel 1959. Quindi il garage-psych doorsiano dei Trans Atlantic Train con You’re Bringing Me Down. A seguire la celeberrima You Really Got Me dei Kinks che con il suo riff chitarristico ha anticipato punk e hard rock. Vengono poi Johnny and The Hurricanes, esponenti di quella schiera di complessi strumentali rock’n’roll e surf tra cinquanta e sessanta che ha avuto la sua importanza per il punk rock; qui con il dirompente Cut Out. Quindi gli Standells con Dirty Water, un classico del garage sixties che non ha bisogno di presentazioni. Segue la Louie Louie dei Kingsmen, trascinante rock’n’roll dalla struttura particolare ripreso da Iggy Pop e palestra per tante formazioni di area punk e garage. Quindi una delle formazioni leggendarie e dissacranti dei sixties: i Fugs di Cia Man, autori di un grezzo proto lo-fi e esponenti di primo piano della controcultura americana; inseriti nella raccolta perché a loro modo sono stato un modello per l’iconoclastia e lo stile grezzo del punk. Seguono i Godz, la formazione garage sixties più rozza e minimale con Radar Eyes.
Ci spostiamo in Germania con i primi Can di Malcom Mooney; anche se sono stati più mentori del post punk che non del punk ortodosso i Can, quelli del primo periodo di Mooney e non del successivo periodo di Damo Suzuki, un piccolo spazio nella raccolta lo meritano; basta ascoltare il brano qui proposto, Ninety Century Man, sorta di Captain Beefheart anarcoide e paranoico, per accorgersene. Si ritorna al garagepsych dei sessanta coi Music Machine di Talk Talk, brano che verrà ripreso da molti. Quindi i Rocket From The Tombs, la band di Cleveland dalla quale nasceranno i Pere Ubu e i Dead Boys, con What Love Is, ruvido proto punk che poi verrà resa famoso dagli stessi Dead Boys. Si resta a Clevelands coi Mirrors, altra band autrice di un dissonante e selvaggio noise-proto punk con She Smiles Wild; il chitarrista Jim Jones entrerà poi nei Pere Ubu. Ormai siamo verso la fine. Gli ultimi brani della raccolta sono il classico sixties Gloria, qui suonato dagli Shadows of Knight, il classico garage sessanta Psychotic Reaction dei Count Five, She Said di Hasil Adskins, autentico outsider del rock’n’roll tra cinquanta e sessanta e, per concludere, Poor Folks del bluesman pazzo Screamin’ Jay Hawkins.

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